SCRITTI,  SCRITTI DI ALBERTINA SOLIANI

La profezia del Myanmar

Condividiamo l’articolo di Albertina Soliani pubblicato sulla rivista In Cordata, della Congregazione delle Suore di Riparazione di Milano.

English Version

Il popolo del Myanmar sta affrontando una doppia crisi: il coronavirus e il colpo di stato militare. L’esercito birmano, il Tatmadaw, è il nemico del popolo.
Da un anno, ormai, il popolo resiste, a mani nude, contro la dittatura militare, spietata. La sofferenza delle persone è enorme. Il popolo vincerà, ma il prezzo è altissimo.

Soltanto la comunità internazionale potrebbe accorciare il tempo di questa sofferenza, ma ancora non è in grado di farlo. Questo è oggi il Myanmar: un popolo coraggioso in cammino che resiste al male per dare alle nuove generazioni una vita più umana, anche al prezzo della propria. È una sfida al
mondo perché la comunità internazionale intera faccia propri i valori dell’umanità e li difenda, sotto tutti i cieli.

In Myanmar è la nostra comune umanità a essere violata, è la nostra coscienza a essere interpellata, ogni giorno, ogni momento.
L’unità del mondo, oggi, è questo comune destino.
Questa è la profezia oggi del Myanmar. Annuncia cose nuove, produce cambiamenti.
Pensavamo che la grande tribolazione fosse ormai alle nostre spalle, dopo decenni di dittatura militare in Birmania.
Il sogno della democrazia di Aung San Suu Kyi e di un intero popolo aveva parlato l’ultima volta nelle urne elettorali dell’8 novembre 2020 in modo inequivocabile. Davanti al Myanmar ci sarebbero stati anni di grande impegno comune per costruire la democrazia, la pace, il benessere. Per coltivare il giardino, come disse Aung San Suu Kyi nell’unico discorso elettorale alla TV in tempo di pandemia: togliere pietre ed erbacce, coltivare fiori e frutti.

Ho pensato alla vigna di Isaia:

«1Canterò per il mio diletto / il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna / sopra un fertile colle.
2 Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi / e vi aveva piantato scelte viti;
vi aveva costruito in mezzo una torre / e scavato anche un tino.
[…] 7Egli si aspettava giustizia / ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine / ed ecco grida di oppressi». (5, 1-7)

Gliel’ho scritto. Il 1° febbraio 2021 l’uragano ha travolto il giardino: arresti di massa, uccisioni, violenze, torture, bombardamenti. Il Myanmar è in caduta libera,
economica e sociale, è stato deviato arbitrariamente e violentemente il percorso della sua storia, a causa degli interessi di pochi. Uno scandalo di fronte al
mondo, in questo 21° anno del XXI secolo. Ma il golpe è fallito, nonostante continui la tragica oppressione. La coscienza del Myanmar non sta con i militari, ne rifiuta ogni violenza, ogni legittimità. Definitivamente.

Di fronte al male sta un’incrollabile fiducia nel bene, che si trasforma in resistenza continua. Intorno a questa scelta si è realizzata la più grande unità nella storia del Paese: del popolo, dei gruppi etnici, anche armati, con gli stessi Rohingya, unità profonda fra il popolo e i suoi rappresentanti legittimi, il CRPH, che raccoglie i parlamentari eletti, il NUG, il Governo di Unità Nazionale, il PDF, la forza di difesa del popolo. Questa è la profezia del Myanmar.

È il tempo della passione, verrà il tempo della risurrezione. Essa è già nel cuore delle persone, dei giovani che mettono la loro vita a disposizione per un futuro non di morte e di violenza del loro Paese, ma di vita e di pace. È già nel cuore degli adulti disposti a dare la loro vita perché i giovani l’abbiano in abbondanza.
Le vittime innocenti, donne, uomini, bambini, la gente dei villaggi, specialmente sui confini, i rifugiati nella foresta sono la condanna vivente della scelta malvagia dei militari. Le vittime ci interpellano: dove siete? Non si è ancora riusciti ad aprire corridoi umanitari.
Il popolo del Myanmar, con le sue molte etnie, sta vivendo da solo il suo cammino di liberazione. Sta difendendo da solo, di fronte al mondo, i valori universali di umanità, contro ogni disumanità. Sta difendendo la democrazia mentre ovunque, nel mondo, essa è sotto pressione. Il Myanmar aiuta il mondo a capire qual è la sfida del nostro tempo e chiede al mondo un altro passo: lo chiede all’ONU, all’Unione Europea, alla Cina, agli USA, alle potenze che tengono nelle proprie mani il destino del mondo, spesso con il potere del denaro, delle armi, della menzogna.

Verità e pace, dialogo, non violenza e giustizia: questo è oggi il messaggio che il Myanmar rivolge a noi.
Abbiamo tanti amici là, siamo in contatto con loro, condividiamo. Le Suore della Riparazione hanno il privilegio di camminare oggi, come ieri, con il popolo del Myanmar, in ogni angolo del Paese. In Cordata.

La preghiera è innanzitutto questo camminare insieme, questo riconoscere la profezia del Myanmar per il dono della libertà e della pace, per sé e per tutti. La preghiera affida le persone e la storia allo Spirito, alla Sapienza. “Chi si leva per casa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta”. (Sapienza 6, 14-15)

Aung San Suu Kyi da molto tempo vive il cammino di liberazione della Birmania. Ha scelto di viverlo. Relegata in casa per tanti anni, oggi la sua testimonianza è diventata quella di tutto un popolo. Nella spoliazione più completa: non si sa dove sia, non può comunicare con l’esterno. È lei la grande paura dei militari, che si accaniscono contro di lei con un processo farsa, piegando il diritto alla loro convenienza politica. Raramente un politico sceglie di mettere l’intera sua vita a disposizione del suo popolo, qualunque siano le circostanze in cui questo avviene. Parla la sua vita, parlano i suoi silenzi più delle parole.

È lei la luce del suo popolo, oggi indispensabile per ogni negoziazione interna e internazionale, per ogni dialogo e riconciliazione, come hanno rilevato in questi giorni alcuni Paesi dell’ASEAN.
Il 1° febbraio di quest’anno, un anno dopo, i militari non potranno festeggiare il golpe, esso è fallito nel Paese, è fallito nell’animo del popolo birmano, è fallito nella storia del Myanmar, è fallito di fronte al mondo. Un gigante dai piedi di argilla, tanto crudele quanto impotente. Crollerà.

La grande lezione del Myanmar oggi è questa: solo la verità, la pace, la riconciliazione assicurano il futuro di un Paese. Quando è un popolo intero che lo vuole e lo dice, la salvezza è vicina.

Questo articolo è disponibile anche in: Inglese

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