Il colpo di stato in Myanmar

Parma: la comunicazione del consigliere comunale Sandro Campanini sul Myanmar (22 febbraio 2021)

Pubblichiamo la comunicazione urgente del consigliere comunale Sandro Campanini (gruppo Partito Democratico) nel corso della seduta del Consiglio comunale di Parma del 22 febbraio 2021 relativa al colpo di stato nel Myanmar-Birmania.

 

Signor Presidente,

ci giungono anche in questi giorni notizie sulla grave situazione del Myanmar-Birmania dopo il colpo di stato. Notizie drammatiche eppure anche cariche di speranza, di un popolo che non si rassegna al ritorno a un passato autoritario.
Come noto, all’alba del 1 febbraio, nella capitale Naypyidaw, qualche ora prima dell’insediamento del nuovo Parlamento, l’Esercito ha arrestato il Presidente della Repubblica U Win Myint e la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e cittadina onoraria di Parma, confinando i parlamentari, occupando le città e bloccando le comunicazioni, anche via internet. Tutto ciò pochi mesi dopo le elezioni di novembre stravinte dalla Lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, con 368 seggi su 434. Va ricordato che, sulla base della controversa costituzione del 2008, il 25 per cento dei seggi è assegnato di diritto ai militari e ad essi sono affidati tre ministeri chiave: Interni, Difesa e Affari di frontiera. Condizioni che furono poste dai militari per accettare, dopo decenni di dittatura, il passaggio a un ordinamento più democratico.
Il partito dei militari, che si aspettava un esito migliore, ha respinto i risultati delle elezioni, temendo un ridimensionamento del suo potere politico e – va evidenziato – anche economico. Il Generale Min Aung Hlaing era quindi deciso a prendere il potere in ogni modo, col pretesto dell’accusa di brogli elettorali.

Ridicole le accuse rivolte a Suu Kyi, dall’alto tradimento, con pene da venti anni di carcere alla morte, fino all’acquisto illegale di walkie-talkie, motivo per cui sarà processata.
In questi giorni sono aumentate le proteste popolari, in forma pacifica e anche con ricorso a metodi creativi, dai blocchi stradali, all’arte, alla musica; oggi è proclamato lo sciopero generale. Tra i più attivi, come sempre, i giovani, gli studenti e le studentesse dell’università assieme a lavoratrici e lavoratori.
Purtroppo si contano le prime vittime della repressione militare nelle piazze, con 3 giovani manifestanti finora uccisi.
La reazione internazionale è stata immediata, da parte del Segretario generale delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti, di Unione Europea, Gran Bretagna e altri Stati. Anche l’Italia ha fatto sentire la propria voce. Sarà molto importante capire l’atteggiamento di Russia e Cina, anche in prospettiva di una possibile condanna da parte del Consiglio di sicurezza ONU.

Non si può nascondere che negli ultimi anni le violenze e le uccisioni contro i Royhinga presenti nello stato del Rakhine, perpetrate da parte dell’esercito birmano, hanno provocato pesanti critiche nei confronti del governo birmano e anche della stessa Aung San Suu Kiy. Non è questa la sede per addentrarsi in una tematica molto complessa oltreché drammatica. Tali violenze sono inaccettabili e devono essere assolutamente fermate, ma sul ruolo, in questa vicenda, della premio Nobel, impegnata da sempre per una pacifica convivenza tra le centinaia di gruppi etnici che compongono il Myanmar, servirebbe un maggiore approfondimento al di là dei vari commenti. Il colpo di stato dei giorni scorsi pone elementi di riflessione anche in merito a tale questione, sulla quale ci sono persone esperte, anche qui a Parma, che potranno dare eventualmente un contributo di informazione.
Concludo ricordando che molte altre sono purtroppo le situazioni di violenza e conflitto nel mondo in questo periodo: è stato ricordato poco fa il Congo, ma anche la regione del Tigrai, in Etiopia, dalla Somalia, al nord Africa a Hong Kong, dalla Siria alle tensioni ancora presenti in Ucraina, Bielorussia, Nagorno Karabak, solo per citarne alcune. Come cittadini, non stanchiamoci di sollecitare Italia e Unione Europea ad essere attivi protagonisti nella soluzione pacifica dei conflitti.

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