Altri contributi,  CONFLITTI E PROSPETTIVE DI PACE

Il potere militare: l’evoluzione delle Forze Armate in Myanmar (3/4)

Pubblichiamo a puntate la tesi di laurea magistrale di Andrea Castronovo, intitolata Il conflitto civile in Myanmar: un’analisi degli attori e delle prospettive di pace, uscita nel 2020 (Corso di Laurea in Politiche per la cooperazione internazionale allo sviluppo, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano). La foto di copertina è di Hkun Lat, fotografo e documentarista del magazine Frontier Myanmar.

 

Leggi il secondo paragrafo

 

1.3

La struttura delle Forze di Sicurezza: Tatmadaw, Polizia, Intelligence e Milizie

 

Nello studio delle forze armate birmane, sia nel loro ruolo di leadership politica durante le diverse fasi dei regimi militari che all’interno delle dinamiche conflittuali nazionali, è essenziale comprendere le differenze strategico-operative delle diverse unità ed organismi armati che le compongono.

L’interconnessione tra la struttura centrale militare e le unità paramilitari più periferiche viene spesso oscurata dalla propensione ad accorpare l’intero spettro delle forze di sicurezza sotto il termine “Tatmadaw”. Questo, anche se concettualmente corretto, in quanto tutti i diversi corpi sono compresi all’interno della struttura delle forze armate, porta ad una eccessiva semplificazione di una realtà altamente complessa, all’interno della quale la frammentazione dell’autorità, la sovrapposizione dei compiti e, soprattutto nelle zone di frontiera, l’elevato livello di connessione con attività illecite, sono i caratteri fondanti di una delle catene di comando più articolate e sconosciute della storia contemporanea.

La rilevanza dell’approfondimento delle forze armate deve essere inquadrata anche in relazione all’impatto che quest’ultime hanno avuto sulla società birmana moderna. Dal “colpo di stato costituzionale” del 1958 alla conclusione del regime militare del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (SPDC) nel 2010, il Tatmadaw fu la principale, se non l’unica, istituzione nazionale a guidare il processo di state-building birmano. In questi termini, si può affermare che vi sia una diretta correlazione tra la profondità dell’influenza militare sulla società e la tipologia di organismo armato statale presente in una specifica area del Paese. Tracciando una linea operativa generale, il Tatmadaw, formato dall’Esercito, dalla Marina e dall’Aeronautica Militare, detiene anche il controllo dell’azione delle Forze di Polizie del Myanmar (Myanmar Police Force – MPF), attraverso il Ministero degli Affari Interni e l’apparato di intelligence. A sua volta il MPF ha a disposizione svariate forze paramilitari, tra cui le Forze di Polizia dei Confini (Border Guard Police), presenti principalmente sul confine tra il Myanmar e il Bangladesh, e le unità di sicurezza del Lon Htein (squadra antisommossa). Anche il Tatmadaw possiede delle forze paramilitari, tra cui le Forze di Guardia dei Confini (Border Guard Force – BGF) e le Forze delle Milizie del Popolo (People’s Militia Forces – PMF), entrambe formate dalle fazioni dei gruppi etnici armati che si unirono all’esercito nazionale birmano1. In aggiunta, il Tatmadaw ha formato centinaia di unità di milizie (people’s militia) composte da cittadini dei gruppi etnici minoritari. Ad oggi, l’estensione di queste milizie è completamente sconosciuta ma potrebbe raggiungere le centinaia di migliaia di individui sparsi in tutto il Paese.

Il Tatmadaw è formato dalle tre strutture convenzionali: esercito (Tatmadaw Kyi), marina militare (Tatmadaw Yay) e aeronautica militare (Tatmadaw Lay). A causa dell’elevato grado di segretezza dell’intera struttura militari non vi sono dati ufficiali sulle dimensioni delle forze armate e neppure sulla ripartizione dei soldati tra i diversi corpi. Tuttavia, come indicato nel The Military Balance 2020, le stime più attendibili indicano: l’Esercito a 375.000 unità; la Marina militare a 16.000 unità; l’Aeronautica militare a 15.000 unità e le forze Paramilitari a 107.000 unità (di cui 72.000 all’interno delle People’s Militia Force e 35.000 come milizie – People’s Militia), per un totale di 406.000 soldati2. Il Tatmadaw Kyi, che secondo queste stime rappresenta il 92,4% dell’ammontare totale dei soldati regolari, detiene il ruolo di leadership delle forze armate.

Attualmente, l’attività bellica dell’Esercito è ancora basata sui battaglioni di Fanteria (infantry battalions), schierati nelle zone più periferiche degli stati e delle regioni del Paese, suddivisi all’interno dei 14 Comandi Militari Regionali (Regional Military Commands – RMC). Gli RMC, posti sotto la direzione degli Uffici delle Operazioni Speciali (Bureau of Special Operations – BSO), sono responsabili della conduzione delle operazioni militari nelle loro aree di comando, basate sulla specifica posizione geografica di appartenenza3. L’Esercito possiede dieci Divisioni di Fanteria4 (Light Infantry Divisions – LID), specializzate nella tattica di contro-guerriglia e nella guerra nella giungla (jungle warfare), e ognuna a sua volta è composta da dieci battaglioni di fanteria e da ulteriori unità di supporto integrate, come le unità di artiglieria5. I LID sono considerati l’asset strategico dall’apparato militare e corrispondono alla frangia più violenta dell’esercito. Esse furono anche schierate durante la rivolta nell’agosto del 1988, durante la Rivoluzione giallo zafferano del 2007 e nella controffensiva militare nel Rakhine del 2017 (in quest’ultimo episodio parteciparono precisamente la 33° e la 99° Divisione). Dato il ruolo dei LID all’interno delle operazioni dell’esercito, lo studio dei loro spostamenti sul territorio birmano può essere utilizzato come un indice per comprendere la possibile evoluzione dei conflitti interni. Con il medesimo grado dei LID, vi sono ventuno Comandi delle Operazioni Militari (Military Operations Commands – MOC), ognuno composto da dieci unità di Fanteria meccanizzata6. Sia i LID che le MOC possono essere schierati in ognuna delle zone in cui sono presenti i Comandi Militari Regionali e spesso il loro intervento viene coordinato con altre forze armate, come la fanteria corazzata e le unità speciali. Soprattutto dopo il 2012, l’aeronautica militare ha supportato sempre più attivamente le operazioni di contro-guerriglia dell’Esercito7.

Tracciando una linea di connessione tra il presente e il contesto storico-politico che ha influenzato l’evolversi della dottrina militare, la contrapposizione tra il Tatmadaw e i gruppi etnici armati continua ad essere basata sulle medesime dinamiche conflittuali passate: guerriglia e contro-guerriglia, lotta per la conquista del consenso della popolazione locale, estensione del proprio territorio di influenza e scontro sul controllo delle risorse naturali. Tuttavia, si denota un rilevante cambiamento nella strategia dei militari che ad oggi è caratterizzata da tre specifiche fasi consequenziali: intense operazioni di contro-guerriglia, imposizione di cessate il fuoco strategici, ed infine programmi per la trasformazione dei gruppi etnici armati in unità paramilitari da accorpare nell’esercito centrale birmano8. Fin dagli anni Ottanta, i militari istituirono degli accordi bilaterali di cessate il fuoco con la maggior parte dei gruppi etnici armati che prevedevano, tra le altre cose, la demarcazione dei territori all’interno dei quali il Tatmadaw avrebbe rispettato la loro influenza politica e militare. Allo stesso tempo, i militari cercarono di ridurre l’estensione di questi territori attraverso lo schieramento di truppe a ridosso di questi confini e, soprattutto negli ultimi anni, con l’ampliamento delle infrastrutture pubbliche locali, come la costruzione di strade, ponti e edifici pubblici, così da espandere indirettamente l’influenza del governo centrale all’interno del territorio dei gruppi etnici.

Un secondo organismo delle forze di sicurezza birmane è rappresentato dalle Forze di Polizia del Myanmar (MPF). L’MPF è posto sotto la giurisdizione del Ministro dell’Interno e, dato che secondo l’attuale Costituzione del Myanmar il Ministro della difesa, il Ministro dell’Interno e il Ministro della gestione dei confini nazionali devono essere nominati direttamente dal Tatmadaw, questo fa sì che le forze di polizia siano indirettamente poste sotto la guida dei militari. Non vi sono documenti ufficiali che attestino la dimensione del MPF, ma le stime maggiormente condivise dagli esperti si aggirano tra le 80.000 e 100.000 unità9. La struttura organizzativa della polizia si basa su sei differenti ma interconnessi pilastri: il quartier generale nazionale, le forze di polizia delle regioni e degli stati, quattro dipartimenti speciali, cinque centri di addestramento, nove battaglioni di sicurezza e diverse forze ausiliari di dimensioni ridotte10. I quattro dipartimenti speciali della polizia sono: il Dipartimento per l’investigazione criminale (Criminal Investigation Department), i Servizi Segreti (Special Branch – SB), le Forze di Polizia Ferroviaria e le Forze per lo Sviluppo della Città (City Development Police Force). Oltre al regolare mantenimento dell’ordine pubblico, l’MPF è direttamente coinvolto in due delle agenzie governative più importanti del Paese: il Comitato Centrale per il Controllo dell’Abuso di Droga (Central Committee for Drug Abuse Control – CCDAC) e il Dipartimento Contro il Crimine Transazionale (Department Against Transnational Crime – DATC). Il CCDAC è responsabile di tutte le operazioni nazionali inerenti il contrasto alla produzione e al traffico di droga ed è composto da 10 sottocomitati che coordinano le 26 task force antidroga (Anti-Narcotic Task Forces) della polizia11. Dall’altra parte, il DACT, fondato nel settembre del 2004, si occupa di terrorismo, reati connessi alla droga e al contrabbando di armi, pirateria marittima, criminalità informatica, riciclaggio di denaro e traffico di esseri umani12. Data la presenza del MPF sia nel CCDAC che nel DATC, esso si pone come la struttura di sicurezza principale nella lotta ad uno dei problemi più complessi e radicati nella storia contemporanea birmana. Per decenni il Myanmar è stato il più importante centro di produzione di oppio del mondo, superato solamente dall’Afganistan negli anni Novanta. Restando il secondo produttore mondiale di oppio, negli ultimi anni il Myanmar ha intrapreso una rapida trasformazione ed è diventato uno dei produttori ed esportatori più importanti della metanfetamina, chiamata a livello nazionale con il nome di yaba. Nessuno conosce il reale valore totale del commercio di stupefacenti in Myanmar e le stime riportate dalle Nazioni Unite nel 2016 stabilivano il commercio di sola metanfetamina nella regione del Mekong pari a 40 miliardi di dollari13. Se consideriamo che il Myanmar è senza alcun dubbio il maggior produttore della regione e paragoniamo il valore stimato del traffico di metanfetamina con il valore totale del PIL del Myanmar nello stesso anno, precisamente 63,26 miliardi di dollari, è evidente la dimensione del problema. Infine, è sconosciuto il ruolo del MPF all’interno delle due agenzie governative, CCDAC e DATC, per contrastare la produzione e il commercio di stupefacenti.

Con il costante ampliamento delle responsabilità inerenti alla sicurezza nazionale, le forze di polizia hanno assunto anche un ruolo rilevante nel controllo dei confini, soprattutto dopo l’abolizione delle ‘Border Control Force’ (Na Sa Ka) nel 2013, e nelle attività di contro-terrorismo attraverso le unità speciali delle forze di polizia, formate sul modello occidentale delle unità Armi e Tattiche Speciali (Special Weapons and Tactics – SWAT)14. Ciò significa che, in aggiunta all’oneroso incarico del contrasto alla produzione e commercializzazione di sostanze stupefacenti, la polizia si occupa anche della lotta al terrorismo. In un Paese in cui, secondo il governo, sono attualmente attive due organizzazioni terroristiche nazionali, l’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) e l’Arakan Army (AA), questo rappresenta indubbiamente un ulteriore compito arduo per le limitate risorse della polizia birmana.

In ultimo, analizzando le capacità del MPF in termini di forze paramilitari, si aggiungono alla struttura delle forze di polizia 16 battaglioni antisommossa, meglio conosciuti con il termine Lon Htein, incaricati della soppressione di rivolte e disordini nazionali, divenuti tristemente famosi per la brutalità utilizzata nel reprimere le proteste che scoppiarono nell’agosto del 1988. Questi battaglioni sono stanziati: sette a Yangon, due nella regione di Mandalay, due nello stato Rakhine, uno nella regione di Sagaing, due nella regione di Pegu e uno nello stato Mon.15 Il costante aumento di responsabilità a cui le forze di polizia sono state sottoposte nell’ultimo decennio pone numerosi quesiti sulla reale capacità di farsene carico e sull’efficacia del loro agire all’interno di problematiche altamente complesse e profondamente radicate nella società.

Nella comprensione delle dinamiche di potere e di responsabilità interne all’apparato militare birmano risulta indispensabile analizzare il ruolo dell’intelligence nell’arco della storia moderna del Paese. Sarebbe altrettanto essenziale esaminare la conformazione strutturale e le funzioni dei diversi organi da cui esso è attualmente composto ma, data la totale assenza di informazioni attendibili sull’argomento, l’unica risorsa disponibile è rappresentata dallo studio delle dinamiche e delle caratteristiche passate dell’intelligence birmana come elemento di collegamento per una possibile rappresentazione della condizione attuale.

La straordinaria macchina onnipresente dell’intelligence birmana, conosciuta con l’acronimo MI (Myanmar Intelligence), che nel 2003 spinse il Council on Foreign Relations degli Stati Uniti a descrivere la realtà del Paese come “una delle dittature più strettamente controllate al mondo”16, emerse dalla serie di riforme imposte nel 1983. La ragione del radicale cambiamento organico dei Servizi Segreti nazionali fu l’attentato terroristico organizzato dalla Corea del Nord a Yangon nei confronti del Presidente sudcoreano, nell’ottobre di quell’anno. Nel corso della visita ufficiale della delegazione della Corea del Sud, tre agenti nordcoreani riuscirono ad entrare illegalmente nel Paese e ad installare tre bombe all’interno del tetto del mausoleo della capitale17, una delle tappe della visita istituzionale. Fortunatamente le bombe esplosero qualche minuto prima dell’arrivo del Presidente Chun Doo-hwan ma l’attacco costò ugualmente la vita a diciassette cittadini sudcoreani, tra cui quattro Ministri, e quattro birmani18. Questo episodio espose il fallimentare operato dell’intelligence birmana a livello internazionale come mai successo prima. Il Generale Ne Win, l’allora dittatore, intervenne radicalmente per migliorare la condizione dell’intero apparato e il 30 dicembre del 1983 nominò il Colonnello Khin Nyunt, fino a quel momento sconosciuto ai più, come il Capo dell’Intelligence (Chief of Intelligence – CI) e sotto la sua guida l’intero organismo si sviluppò rapidamente. L’aumento delle dimensioni, lo sviluppo di nuove capacità di spionaggio e la creazione di nuovi sistemi per controllare le informazioni in tutto il Paese incrementarono altamente la qualità dell’operato dell’intero Corpo che già agli inizi degli anni Novanta poteva essere descritto come “altamente efficiente”. Le riforme e il processo di crescita imposte dal Colonnello Khin Nyunt furono talmente radicali che, solamente un decennio dopo la sua nomina a CI, l’intelligence birmana si poteva considerare a tutti gli effetti la colonna portante dell’intero apparato militare che governava il Paese, oppure come espresso da Aung Zaw: “il governo invisibile”19.

L’agenzia governativa preposta al lavoro di intelligence era la Direzione dell’Intelligence dei Servizi della Difesa (Directorate of Defence Services Intelligence – DDSI) il cui quartier generale di Yangon era composto da nove dipartimenti che si occupavano “di intelligence di combattimento, di controspionaggio, di intelligence straniera, di narcotraffico, della marina e dell’aeronautica militare”20. Le unità d’intelligence vennero aggiunte ad ogni organismo e sezione operativa militare, come negli RMC e nelle LID. Il DDSI, per l’acquisizione di informazioni, si basava prevalentemente su una enorme ed interconnessa rete di informatori (Human Intelligence – HUMINT) leali al regime. Come descritto da Andrew Selth, la limitata capacità di risorse umane specializzate nelle operazioni di spionaggio veniva altamente colmata “da un numero molto più elevato di informatori part-time, che venivano costretti o corrotti a fornire informazioni sui loro amici, vicini di casa, studenti, colleghi e conoscenti”21.

Una delle priorità del DDSI era la raccolta di informazioni e la sorveglianza dei dissidenti politici, rappresentati principalmente dai sostenitori della Lega Nazionale per la Democrazia (National League for Democracy – NLD), guidati dalla leader politica Daw Aung San Suu Kyi. Soprattutto dopo gli avvenimenti del 1988, la maggior parte dei birmani vivevano nella costante apprensione di essere seguiti e spiati in ogni movimento. Questo fu uno degli elementi di forza dei servizi segreti. La pressione sociale imposta su ogni singolo cittadino non rappresentava chiaramente la condizione reale, in quanto l’intelligence non aveva la capacità di controllare l’intera popolazione, ma era la paura che il proprio vicino di casa, collega o addirittura amico potesse essere una spia ad obbligare qualsiasi individuo ad agire costantemente come se fosse spiato. Come descritto da U Win Tin, uno dei fondatori dell’NLD che trascorse 19 anni in prigione a causa delle sue attività politiche:

So di essere sempre più controllato, sorvegliato dagli agenti dei servizi segreti militari. Raccolgono notizie sul mio conto, interrogano quelli che mi conoscono, seguono ogni mio spostamento. Un po’ per volta, sento stringersi la morsa. Il Grande Fratello mi tiene d’occhio22.

Negli anni che seguirono il 1988 migliaia di persone vennero arrestate, torturate e molti dissidenti politici sparirono completamente nel nulla. Daw Aung San Suu Kyi, che nell’agosto 1988 nella sua casa a Yangon fondò la Lega Nazionale per la Democrazia e fu la leader dell’opposizione al regime, dal 1989 al 2010 trascorse circa vent’anni agli arresti domiciliari. Era l’antagonista del regime militare e il regime la confinò nella sua casa. Lei stessa scrisse: “nel cuore della notte può accadere di sentir bussare vigorosamente alla porta, ed è l’arresto. In un angolo buio di una strada possono essere appostati uomini dei servizi segreti, pronti ad aggredirti”23. Secondo i dati riportati da Bo Kyi, ex prigioniere politico e cofondatore dell’Associazione per l’Assistenza ai Prigionieri Politici (Assistance Association for Political Prisoners) birmani in Thailandia: si conta che la macchina del DDSI, supportata in particolare dallo Special Branch delle forze di polizia, tra il 1988 e il 2004 avrebbe arrestato circa 10.000 persone solamente per ragioni politiche24.

Nel 1993, lo SLORC creò un ulteriore organismo all’interno dell’apparato dell’intelligence, l’Ufficio per gli Studi Strategici (Office of Strategic Studies – OSS), sempre diretto dal Colonnello Khin Nyunt. L’OSS venne ufficialmente istituito come centro di ricerca nazionale ma la ragione della sua creazione fu la necessità da parte del regime di gestire il sempre maggior numero di relazioni con i paesi stranieri25. Per comprendere la rilevanza degli organismi dell’intelligence negli anni Novanta ed inizio Duemila, è opinione condivisa che l’OSS oltrepassò l’autorità del Ministero degli Affari Esteri e, come descritto dall’International Crisis Group, “era direttamente responsabile delle relazioni internazionali della Birmania”26. L’OSS era composta da circa 50 membri, la maggior parte di essi faceva precedentemente parte del DDSI, suddivisi in cinque dipartimenti: sicurezza interna, affari etnici, stupefacenti, affari internazionali e tecnologia dell’informazione (Information Technology – IT)27. Con il costante sviluppo dell’OSS e del DDSI, Khin Nyunt e l’intera intelligence riuscirono ad acquisire un enorme potere interno alla struttura dell’esercito e la loro influenza si espanse in ogni politica del regime. Tutti gli organismi d’intelligence giovarono di questo periodo di crescita. In particolare, dal 1994 il DDSI concentrò parte delle sue risorse per sviluppare una profonda capacità nel settore dell’informatica con l’obiettivo primario di intercettare le attività di natura sovversiva condivise tramite internet. Lo stesso anno vennero inviati diversi membri del DDSI negli Stati Uniti per sostenere corsi di specializzazione sull’IT e già nel 1995 si sviluppò un’intera sezione dell’intelligence dedicata al monitoraggio e alla registrazione di informazioni e trasmissioni di dati da e per la Birmania, conosciuta come il Centro della Guerra Cibernetica (Cyber War Center)28. All’interno di questo graduale ma inedito processo di modernizzazione, era diffusa l’idea che il DDSI avesse anche dei centri di raccolta dati, tramite lo spionaggio di segnali elettromagnetici (Signals intelligence – SIGINT), nelle ambasciate birmane in Thailandia, Bangladesh e Vietnam29. La gestione delle informazioni passava anche dal più classico utilizzo propagandistico delle testate giornalistiche. In particolare, era di comune pensiero che sia il Myanmar Times che il Global New Light of Myanmar fossero fortemente allineati con la visione del OSS/DDSI.

La struttura dell’intelligence aveva anche un organismo preposto alle operazioni paramilitari. Nel 1998 venne creata la Dam Byan Byaut Kya (Guerrilla Retaliation Unit), sulla falsariga del Programma Phoenix della CIA in Vietnam, con lo specifico compito di “neutralizzare” tutti gli individui affiliati all’organizzazione politica del gruppo etnico dei Karen, il Karen National Union (KNU), e alla sua frangia armata, il Karen National Liberation Army (KNLA)30. Questa unità, composta da circa 200 soldati, era supportata operativamente dal Tatmadaw ma manteneva comunque un suo grado d’indipendenza. Anche contando l’unità paramilitare interna, il DDSI possedeva comunque una capacità militare estremamente limitata che però fu colmata attraverso la coordinazione con le Forze di Polizia e nello specifico con lo Special Branch (SB). Negli anni 2000, l’SB poteva contare su 1.213 uomini divisi in otto dipartimenti: affari interni ed esterni, persecuzioni, investigazioni, passaporti, sicurezza ed amministrazione31. Durante l’era Khin Nyunt, oltre al supporto militare ricevuto dall’SB, il DDSI venne assistito anche dal Dipartimento per l’Investigazione Criminale, sempre sotto l’organizzazione dell’MPF, specialmente in relazione alle investigazioni, agli arresti e alle interrogazioni dei dissidenti politici32.

Oltre alla complessa ramificazione delle unità, dei dipartimenti e degli organismi dell’Intelligence birmana, ad aiutare il mantenimento del controllo sulla popolazione vi erano anche una serie di leggi a livello nazionale e locale. Le più rilevanti furono il “Village Act” e il “Towns Act” che obbligavano ogni singolo cittadino a dichiarare preventivamente l’identità di eventuali ospiti che sarebbero rimasti a dormire nel proprio domicilio privato alle autorità locali, le quali potevano anche rifiutare di concedere il permesso. Attraverso questo sistema, le autorità erano a conoscenza di ogni spostamento dei propri cittadini che periodicamente venivano controllati all’interno delle proprie abitazioni per verificare il rispetto di tali leggi. È importante sottolineare che queste normative sono tuttora valide in Myanmar.

Il Colonnello Khin Nyunt, precedentemente nominato Primo Ministro, venne arrestato il 19 ottobre 2004 con l’accusa di abuso d’ufficio e corruzione. La sua cattura fece parte di un’ondata di arresti che riguardò tutti gli ufficiali dell’Intelligence birmana e causò anche lo scioglimento delle unità più importanti del DDSI. Qualsiasi individuo che si ritenne essere a stretto contatto con Khin Nyunt venne considerato un sospetto, a prescindere dal suo grado o ruolo all’interno del Tatmadaw. Non vi sono documenti ufficiali a riguardo, ma si stima che circa 3.000 ufficiali militari furono colpiti direttamente da questa “epurazione”33. Fu subito chiaro che le motivazioni dell’arresto di Khin Nyunt non furono legate alla corruzione né tantomeno all’abuso d’ufficio, azioni che venivano commesse dall’intero corpo militare sotto la protezione del regime, ma fu determinato dall’enorme potere che l’intera intelligence aveva acquisito, racchiuso nelle sole mani di Khin Nyunt, e dalla paura da parte del Tatmadaw di perdere il proprio ruolo di leader indiscusso del Paese. Fu così che, nell’arco di qualche mese, uno degli organi più importanti dell’intero regime militare venne profondamente ridimensionato, se non completamente eliminato. L’agenzia preposta ai lavori di intelligence, che nacque nel 2005, assunse un ruolo secondario nelle dinamiche nazionali e maggiormente in linea con l’agire delle forze di intelligence internazionali. È proprio nell’ottica di una limitazione delle responsabilità e dei poteri della struttura dell’intelligence post Khin Nyunt che, come analizzato precedentemente, vennero attribuiti sempre maggiori poteri in ambito di sicurezza nazionale alle Forze di Polizia del Myanmar.

Nel processo d’individuazione delle diverse unità strategiche che determinano l’agire della struttura militare birmana, l’ultimo attore da esaminare viene rappresentato delle milizie governative. Ampliando il raggio d’analisi, il Tatmadaw e i numerosi gruppi etnici armati (Ethnic Armed Organization – EAO) sono sempre stati definiti i due attori chiave nella narrazione storica del conflitto civile birmano. Questo, pur rappresentando correttamente la dinamica conflittuale, nasconde l’elevato livello di frammentazione composto da centinaia di gruppi armati di dimensioni inferiori che interagiscono con le due fazioni principali, collettivamente chiamati “milizie”. L’approfondimento di questi attori viene inserito all’interno dello studio della struttura dell’esercito dato che la maggior parte di essi operano per conto del governo e solamente un numero molto limitato agisce in supporto ai gruppi etnici. Come definito da John Buchanan, nella dinamica nazionale birmana, “una milizia è un corpo formato da combattenti armati, spesso in rappresentanza di specifici gruppi etnici, religiosi, tribù, clan, oppure altre comunità o partiti politici. Le milizie possono servire il governo direttamente o indirettamente, operare in modo indipendente per combattere altre milizie o gruppi di insorti, perseguire attività criminali o sostenere un’insurrezione”34.

Anche se completamente escluse dal panorama d’analisi della realtà birmana, le milizie hanno sempre giocato un ruolo fondamentale all’interno del conflitto civile. Se la nascita e lo sviluppo della cultura delle milizie può essere rintracciata già nel periodo coloniale, fu la dottrina della people’s war (guerra popolare), sviluppata dal Tatmadaw agli inizi degli anni Sessanta, incentrata proprio sulla formazione di milizie del popolo, a fondare la sua concezione moderna. La creazione di questi gruppi armati secondari fu causata dalla rapida intensificazione del conflitto con i gruppi etnici birmani. Con l’introduzione di questa dottrina vennero formate tre tipologie differenti di milizie: le milizie popolari (people’s militias, in birmano Pyi Thu Sit), i gruppi antiguerriglia (anti-insurgent groups, in birmano Ta Ka Sa Pha) e le milizie Ka Kwe Ye35. Come descritto da Andrew Selth, le milizie Pyi Thu Sit “vennero create negli anni Sessanta come parte della strategia nazionale di contro-insurrezione del regime e, a metà degli anni Ottanta, si contarono già 35.000 membri provenienti dei villaggi rurali. Tuttavia, [queste milizie] tendevano ad essere scarsamente addestrate e poco armate, ed avevano un’utilità limitata in ogni ruolo del combattimento. Assistevano nella difesa del villaggio e servivano come guide e informatori”36. A differenza delle Pyi Thu Sit, che vennero utilizzate solamente all’interno delle aree controllate dal governo centrale, i gruppi anti-guerriglia, Ta Ka Sa Pha, furono schierati in quelle aree non totalmente sotto l’autorità del Tatmadaw e per questo sottoposte ad un addestramento militare, anche se molto limitato ed insufficiente per il ruolo da loro svolto. Anche la terza tipologia di milizia, Ka Kwe Ye, era schierata nelle zone soggette all’influenza dei gruppi etnici. Il termine Ka Kwe Ye, che in birmano significa “difesa”, veniva utilizzato per descrivere un comune gruppo armato affiliato al governo, preposto alla difesa del villaggio, ma anche per identificare una specifica categoria di milizie che in cambio della propria fedeltà al Tatmadaw ricevevano il tacito consenso per proseguire le proprie attività illecite37. Proprio per questo, diversi gruppi armati immischiati nella produzione e traffico di droga divennero milizie Ka Kwe Ye e continuarono ad agire indisturbate in quello che divenne l’epicentro mondiale della produzione di oppio. Per arginare l’espansione territoriale dei gruppi etnici armati, i militari aiutarono “indirettamente” la crescita incontrollata della produzione e del commercio di sostanze stupefacenti per decenni. Questa strategia aveva anche l’obiettivo di ridurre drasticamente gli introiti del commercio di stupefacenti, che successivamente venivano reinvestiti nel finanziamento delle operazioni militari, da parte dei gruppi etnici. La Ka Kwe Ye più potente e famosa nella storia birmana, anch’essa coinvolta nel traffico di droga, fu la milizia Loi Maw del Paese di Tangyan, nello stato dello Shan, guidata da Khun Sa. L’esercito di Khun Sa, che a metà anni Ottanta venne rinominato Mong Tai Army (MTA), contava più di ventimila soldati e rappresentava il gruppo armato più numeroso del Paese. Con il quartier generale sul confine tra lo stato Shan e la Thailandia, l’MTA controllava il traffico transnazionale di oppio. Solamente nel gennaio del 1996 le truppe di Khun Sa accettarono la resa e, attraverso una serie di negoziazioni politiche, vennero neutralizzate.

La seconda fase fondamentale nello sviluppo delle milizie si sviluppò dal 1989 al 2009. Questo venne causato dal collasso del CPB, e la sua frammentazione in numerosi gruppi armati, dall’attuazione della strategia dei cessate il fuoco da parte del Tatmadaw, con l’obiettivo di trasformare i gruppi etnici in milizie governative, e dalla trasformazione interna della struttura dell’esercito. Durante questo periodo vennero siglati circa quaranta accordi bilaterali di cessate il fuoco tra i militari e la maggior parte dei gruppi etnici armati. Questi accordi, che furono raggiunti attraverso una combinazione tra una forte pressione governativa e le promesse di future opportunità politiche ed economiche, riuscirono effettivamente a sospendere per un lungo lasso di tempo la maggior parte degli scontri. All’interno di questi negoziati vennero create le “regioni speciali” (Self-Administered Zones e Self-Administered Division), tuttora in vigore nel Paese, che demarcano l’influenza territoriale di specifici gruppi etnici38. Fin dall’inizio delle negoziazioni alcuni gruppi etnici minoritari e specifiche frange armate di gruppi etnici39 si trasformarono in milizie governative, ad esempio: alcune unità dell’MTA, il Palaung State Liberation Army (PSLA), la 578° brigata del Restoration Council of Shan State/Shan State Army (RCSS/SSA), il Kayan National Guard (KNG), il Lasang Awng Wa Peace Group (nello stato del Kachin) e il Thandaung Peace Group (nello stato del Kayin)40. In questa prima fase di accordi di cessate il fuoco ci furono molte fratture all’interno dei numerosi gruppi armati che portarono alla creazione di milizie governative oppure alla formazione di nuovi gruppi etnici. Ma se fino a quel momento la conversione in milizie governative rappresentava una scelta da parte dei gruppi etnici, dal 27 aprile del 2009, giorno dell’annuncio ufficiale, divenne il programma politico principale del Tatmadaw nella negoziazione con i gruppi etnici. La strategia militare prevedeva la formazione di due milizie distinte: Border Guard Force (BGF) e People’s Militia Force (PMF). Ogni unità del BGF doveva essere composta da 326 soldati e di questi il 3 percento doveva provenire dalle fila del Tatmadaw. In particolare, i gruppi etnici che firmarono l’accordo di cessate il fuoco e divennero delle BGF furono: il National Democratic Army–Kachin (NDA-K) nello stato del Kachin, il Karenni National People’s Liberation Front (KNPLF) nello stato del Kayah, il Democratic Karen Buddhist Army (DKBA) nello stato del Kayin, e il Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA) nel nord dello stato dello Shan41. Ci furono anche quattro milizie pro-governative che divennero delle BGF, tutte provenienti dallo stato dello Shan. Invece, le PMF rappresentavano delle milizie governative in supporto all’attività del Tatmadaw e avevano il compito di raccogliere informazioni, fare da guida all’esercito all’interno dei loro territori ed assistere alle operazioni militari contro i gruppi entici. A differenza delle BGF, le PMF non dovevano essere integrate all’interno dell’apparato militare, rappresentavano degli agenti esterni in supporto all’esercito. I principali gruppi entici che si trasformarono in PMF, furono: il Kachin Defense Army (KDA), il Pa-O National Army (PNA), ma anche la 3° and 7° divisione dello Shan State Progress Party/Shan State Army (SSPP/SSA). Indubbiamente, questa politica aveva come obiettivo l’indebolimento dei gruppi armati e l’espansione dell’influenza territoriale del Tatmadaw anche nelle zone sottoposte all’autorità dei gruppi entici. Tuttavia, la semplice divisione delle milizie tra BGF e PMF non rappresenta l’attuale condizione birmana che risulta molto più complessa e frammentata.

Utilizzando come strumento analitico il quadro concettuale sviluppato da John Buchanan, dividiamo l’insieme di attori armati che compongono le milizie birmane in quattro differenti categorie: le milizie integrate nel Tatmadaw, le milizie non integrate nel Tatmadaw, le milizie delle comunità che operano per il Tatmadaw e le milizie dei gruppi etnici armati42. Come espresso dallo stesso autore, un sistema tipologico è essenziale nell’analisi di un range di attori così dissimili tra loro in quanto qualsiasi stima aggregata del numero di gruppi di milizie, senza un’adeguata contestualizzazione, può facilmente portare ad una distorsione nella comprensione delle dinamiche del conflitto birmano.

Le milizie integrate nel Tatmadaw, ufficialmente chiamate Border Guard Forces (BGF), operano sotto il comando del Tatmadaw e sono integrate nella sua struttura di comando formale. Attualmente, ci sono ventitré battaglioni di BGF. Le caratteristiche primarie di queste milizie sono le seguenti: le unità sono integrate nella struttura di comando formale del Tatmadaw; il Tatmadaw emette uniformi standard e fornisce un supporto finanziario e materiale diretto; le unità hanno soldati del Tatmadaw che servono nei loro ranghi e ogni unità riceve armi e rifornimenti dal Tatmadaw43.

Come descritto precedentemente, le BGF si occupano della raccolta di informazioni inerenti alle attività dei gruppi etnici armati, di guidare le truppe delle forze armate nazionali all’interno del proprio territorio, data la profonda conoscenza dell’ambiente locale, e di supportare le operazioni di contro-guerriglia militare contro gli insorti. Come suggerito dal nome, le BGF sono schierate lungo i confini e più precisamente negli stati Shan, Kayin e Kachin. La loro mobilità è ristretta all’interno del proprio territorio di competenza e non possono essere inviate in altre zone del Paese. Quest’ultimo elemento, anche se non affermato esplicitamente del Tatmadaw, può essere dedotto direttamente dalla natura delle BGF visto che la caratteristica principale di queste milizie è determinata dalla loro conoscenza del territorio e degli attori locali, un eventuale trasferimento in un territorio sconosciuto annullerebbe completamente la loro utilità. Tuttavia, l’elemento più importante delle BGF è che i soldati che le compongono, individui che in passato facevano parte dei gruppi etnici, sono riconosciuti ufficialmente all’interno dei ranghi dell’esercito. Oltre che il riconoscimento del proprio operato a livello nazionale, questo implica che il Tatmadaw provveda alla fornitura delle uniformi militari e delle razioni giornaliere, ma soprattutto allo stipendio e all’assistenza sanitaria44. In aggiunta al supporto finanziario proveniente dal Tatmadaw, le BGF impongono un sistema di tassazione locale agli individui che vivono all’interno del proprio territorio e sono anche direttamente coinvolte in attività economiche nell’agricoltura industriale, nel settore immobiliare, nell’industria mineraria e nei progetti di disboscamento. In specifici casi si è riscontrato il loro ruolo anche all’interno di attività illecite, come il traffico di stupefacenti.

Le milizie non integrate nel Tatmadaw sono notevolmente diverse tra loro per dimensioni, forza, struttura di comando, storia e fonti di reddito. Nonostante queste differenze, una caratteristica comune di queste milizie è determinata dal loro riconoscimento sotto il comando del Tatmadaw, pur non essendo completamente integrate nel Tatmadaw come le BGF. Oltre a non avere soldati provenienti dal Tatmadaw nei loro ranghi, le milizie non integrate non hanno un sistema uniforme di rango e non hanno un numero prestabilito di soldati come le BGF. Non sono tenuti a partecipare ai programmi di addestramento condotti dal Tatmadaw, né sono obbligati ad operare a tempo pieno. Infine, non sono stipendiati dal Tatmadaw45.

Le milizie non integrate nel Tatmadaw, all’interno delle quali rientrano le PMF, si occupano principalmente della sicurezza all’interno delle proprie zone di competenza e vengono viste come le autorità de facto del territorio. Le origini di queste milizie possono essere profondamente diverse: alcune possono essere state delle frange di gruppi etnici armati in lotta contro il governo centrale; ed altre possono essere ex gruppi armati guidati da leader locali, preposti alla difesa di specifici villaggi o comuni, che poi si unirono alle file dell’esercito per interessi politici o economici. Tuttavia, visto che queste tipologie di milizie non percepiscono alcun tipo di remunerazione delle casse statali, esse sono più legate ai sistemi di tassazione locale e alle attività economiche basate sul territorio. Come le BGF, i leader di queste milizie sono autorizzati a sviluppare i propri business per generare profitti, spesso collegati con il mercato altamente redditizio dell’estrazione delle abbondanti risorse naturali presenti nel Paese, come il pregiato teak birmano, le miniere di giada e di rubino, oppure con attività nel settore dei trasporti e in quello agrario. Tuttavia, questa situazione di precarietà economica, aggiunta alla maggior indipendenza dalle forze armate nazionali, spinge le PMF ad essere più coinvolte in attività illecite. In relazione a ciò, nell’aprile del 2020, il Tatmadaw ha disarmato la milizia governativa Kawnghka, chiamata in passato l’Esercito di Difesa del Kachin (Kachin Defense Army – KDA), una milizia non integrata nel Tatmadaw, e nota per la produzione di droga. L’arresto dei leader è avvenuto a seguito di un maxi sequestro di droga del valore di 412 miliardi di kyat46 (288,44 milioni di dollari) nella città di Kutkai, nello stato dello Shan47. L’esempio della milizia Kawnghka rappresenta perfettamente la contraddizione all’interno del sistema della gestione delle milizie governative.

Le milizie delle comunità che operano per il Tatmadaw sono composte da civili, reclutati da una specifica comunità, addestrati e armati dal Tatmadaw. Le unità locali del Tatmadaw supervisionano e coordinano le loro attività. In alcuni casi, i capi villaggio selezionano i membri di una comunità per frequentare un corso di formazione della milizia del Tatmadaw. Al contrario, le milizie di tipo I e II48 sono già formate quando passano sotto il comando del Tatmadaw. Un’altra differenza è che questi gruppi tendono ad essere più piccoli degli altri tipi49.

Le milizie delle comunità che operano per il Tatmadaw rappresentano la versione moderna delle Pyi Thu Sit create negli anni Sessanta con la dottrina people’s war. Il loro compito principale e la messa in sicurezza della propria comunità. La dimensione di queste milizie è particolarmente ridotta e cresce in rapporto alla posizione geografica e alla natura delle minacce che sono presenti all’interno del proprio territorio. Solamente le milizie che si trovano all’interno delle aree di conflitto sono armate ma comunque il loro eventuale contributo all’interno di un’operazione militare è di dubbia utilità. Anch’esse non ricevono alcun supporto finanziario dal Tatmadaw e finanziano le proprie attività attraverso una specifica tassa imposta ai cittadini della comunità. Anche se spesso inattive e di piccole dimensioni, queste milizie sono le più diffuse sul territorio birmano ma sono anche quelle su cui vi sono meno informazioni.

Infine, il quarto gruppo di milizie è rappresentato dalle milizie dei gruppi etnici armati. Queste milizie hanno il compito di difendere il proprio villaggio da eventuali attacchi dell’esercito, delle milizie governative o da altri gruppi etnici armati ma possono anche essere adoperate in supporto alle operazioni militari del proprio gruppo etnico di appartenenza50. Solamente i gruppi etnici più importanti hanno la possibilità finanziaria di organizzare ed armare le milizie.

Come frequentemente recriminato dagli esperti e studiosi della Birmania, a causa dell’estrema segretezza dei dati e delle informazioni, soprattutto in relazione a qualsiasi aspetto del Tatmadaw, vi è una profonda complessità nel condurre delle analisi quantitative efficienti e capaci di rappresentare il più correttamente possibile la realtà birmana. L’analisi delle diverse tipologie di milizie, basata sul precedente studio di John Buchanan, appena conclusa non è da meno. Persino il numero delle milizie in supporto al Tatmadaw è sconosciuto e probabilmente è impossibile da determinare, quantomeno sulla base delle informazioni attualmente disponibili sull’argomento. Secondo il report “The Military Balance” del 2020, le milizie governative si aggirerebbero sulle 107.000 unità. Ma senza una dettagliata classificazione e una spiegazione approfondita sulla configurazione di questa misura, il numero in sé potrebbe rappresentare solamente una stima sommaria che riporta la percezione della comunità internazionale piuttosto che l’effettiva condizione reale. Infine, vi è la necessità di approfondire le dinamiche dei diversi sistemi di tassazione imposti alle popolazioni rurali che rientrano a far parte dei territori controllati dalle varie milizie, e soprattutto sui loro sistemi di reclutamento, spesso forzati e imposti ai cittadini piuttosto che basati sulla volontà degli individui di far parte delle milizie.

 

 

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Note:

 

1 Kim Jolliffe, Security integration in Myanmar: Past experiences and future visions, “Seferworld”, maggio 2017, p. 5.
2 The International Institute for Strategic Studies, The Military Balance, Capitolo 6: Asia, 2020, p. 296.
3 Gli RMC sono divisi sul territorio birmano come segue: il Comando Nord, situato nello Stato Kachin; il Comando Nord-Est, situato nello Stato Shan settentrionale; il Comando Orientale, comprende lo Stato Shan meridionale e lo Stato Kayah; il Comando Sud-Est, comprende lo Stato Mon e lo Stato Kayin; il Comando Sud, comprende le Divisioni di Bago e Magwe; il Comando Occidentale, comprende lo Stato Rakhine e lo Stato Chin; il Comando Sud-Ovest, situato nella Divisione Irrawaddy; il Comando Nord-Ovest, situato nella Divisione Sagaing; il Comando Yangon; il Comando della Regione Costiera, situato nella Divisione Tanintharyi; il Comando della Regione del Triangolo (d’oro), situato nello Stato Shan orientale; il Comando Centrale, situato nella Divisione Mandalay; il Comando Nay Pyi Taw e il Comando Centro-Orientale, situato nel centro dello Stato Shan.
4 Le dieci LID sono: 11° Divisione di Fanteria; 22° Divisione di Fanteria; 33° Divisione di Fanteria; 44° Divisione di Fanteria; 55° Divisione di Fanteria; 66° Divisione di Fanteria; 77° Divisione di Fanteria; 88° Divisione di Fanteria; 99° Divisione di Fanteria e 101° Divisione di Fanteria.
5Kim Jolliffe, Security integration in Myanmar: Past experiences and future visions, op. cit., p. 6.
6 Idem.
7 Idem.
8 Idem.
9Andrew Selth, Myanmar’s Police Forces: Coercion, Continuity and Change, “Contemporary Southeast Asia”, vol. 34, n.1, Aprile 2012, p. 59.
10 Idem.
11 Ibid., p. 61
12 Idem.
13UNODC, Mekong River drug threat assessment, marzo 2016, p. 33.
14 Andrew Selth, Myanmar’s Police Forces: Coercion, Continuity and Change, op. cit., p. 62.
15 Idem.
16Mathea Falco, Burma: Time for a Change: Report of an Independent Task Force Sponsored by the Council on Foreign Relations, New York, Council on Foreign Relations Press, 2003, p. 1.
17 La capitale del Myanmar rimase Yangon (chiamata a quei tempi Rangoon) fino al 2005 e solo successivamente venne trasferita nella città di Nay Pyi Taw.
18Andrew Selth, The Rangoon bombing: A historical footnote, “Lowy Institute”, 16 Maggio 2012 (https://archive.lowyinstitute.org/the-interpreter/rangoon-bombing-historical-footnote).
19Aung Zaw, Khin Nyunt: Maybe Insein’s the Right Place, “The Irrawaddy”, 13 giugno 2005 (https://www2.irrawaddy.com/opinion_story.php?art_id=4710).
20Andrew Selth, Secrets and Power in Myanmar: Intelligence and the Fall of General Khin, Singapore, ISEAS – Yusof Ishak Institute, 2019, p. 9.
21Andrew Selth, Burma’s Armed Forces: Power Without Glory, op. cit., p. 108.
22 Win Tin, Una vita da dissidente, Milano, O barra O edizioni, 2011, p. 99.
23 Aung San Suu Kyi, Lettere dalla mia Birmania, Milano, Sperling & Kupfer, 2011, p. 125.
24Kyaw Zwa Moe, Bye Bye, Big Brother, “The Irrawaddy”, 24 ottobre 2008 (https://www2.irrawaddy.com/opinion_story.php?art_id=14493)
25Andrew Selth, Secrets and Power in Myanmar: Intelligence and the Fall of General Khin, op. cit., 2019, p. 15.
26 Myanmar: The Military Regime’s View of the World, “International Crisis Group”, Asia Report n. 28, dicembre 2001, p.8.
27Andrew Selth, Secrets and Power in Myanmar: Intelligence and the Fall of General Khin, op. cit., p. 16.
28 Ibid., p.18.
29 Ibid., p.19.
30 Ibid., p.20.
31 Ibid., p.26.
32 Idem.
33 Ibid., p 66.
34John Buchanan, Militias in Myanmar, “The Asia Foundation”, luglio 2016, p. 2.
35 Ibid., p. 8.
36Andrew Selth, Burma’s Armed Forces, op. cit., p. 78.
37John Buchanan, Militias in Myanmar, op. cit., p. 9.
38Attualmente le “regioni speciali” sono: Danu Self-Administered Zone ; Kokang Self-Administered Zone; Naga Self-Administered Zone; Pa’O Self-Administered Zone; Pa Laung Self-Administered Zone e Wa Self-Administered Division.
39 Nel corso dell’intero conflitto civile birmano, diverse frange armate dei gruppi etnici disertarono per unirsi alle fila dell’esercito nazionale. Questo, nella maggior parte dei casi, era basato su un accordo, a vantaggio della frangia armata, di speciali concessioni economiche rilasciate del governo.
40John Buchanan, Militias in Myanmar, op. cit., p. 15.
41 Ibid., p. 18.
42 Ibid., p. 24
43 Idem.
44 Ibid., p. 25.
45 Ibid., p. 26.
46 Il Kyat è la moneta ufficiale della Birmania. 1.000 Kyat equivalgono a circa 0,66 euro.
47Sai Wansai, Burma Army’s New Strategy: Anti-narcotics move and disarmament of a militia, “The Burma News International (BNI)”, 11 aprile 2020 (https://www.bnionline.net/en/news/burma-armys-new-strategy-anti-narcotics-move-and-disarmament-militia).
48 Per milizie di tipo I e II, John Buchanan intende rispettivamente le BGF e le PMF.
49John Buchanan, Militias in Myanmar, op. cit., p. 27.
50 Ibid., p. 29.

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