L’amore ai tempi della democrazia birmana

di Raimondo Bultrini, da Repubblica.it, 17 Febbraio 2016

 

MANDALAY – La prigione dov’è rinchiuso U Gambira è in uno dei tre grandi edifici bassi e grigi nascosti dalla vegetazione tropicale traversata dal filo spinato a sud di Mandalay. Attorno ai banchetti del tè coi tavoli all’ombra delle catapecchie dove si vendono generi di consumo per i parenti dei carcerati, siede la moglie dell’ex monaco che nel 2007 ha guidato la più potente rivolta contro la giunta militare dopo i moti studenteschi del 1988.

L’australiana Marie, coi suoi capelli biondo cenere e gli occhi azzurri, ha attratto nel villaggio attorno al carcere l’attenzione di tutti fin dal giorno dell’arresto di suo marito avvenuto più di una settimana fa in una stanza d’albergo dove lei alloggia ancora da sola e senza conoscere nessuno in città. Molti l’hanno sconsigliata perfino di farsi vedere: “E’ meglio che te ne vai per non creare imbarazzo e problemi a tuo marito” le hanno detto. Ma lei è tornata ogni giorno coi suoi vestiti sgargianti e un colorato cappello per il sole nel villaggio polveroso di negozietti che espongono cibo pronto e cataste di caffè “tre in uno” per i loro parenti dentro. Il caffè non serve solo come bevanda ma anche come moneta di scambio, per comprare sigarette, o anche il favore di qualche guardia.

La madre di Gambira, una donna minuta dal carattere d’acciaio, è venuta qui dal villaggio a sei ore d’auto ed è appena uscita dal colloquio con suo figlio al quale lei impose il nome di Nyi Nyi. Riferisce a un’ansiosa Marie attraverso un interprete le cose sentite, perché la nuora straniera non puo’ visitare l’uomo che ha sposato in Unione civile proprio a Mandalay, visto che non è considerata “parente stretta”. Marie le chiede se Gambira sa che lei sta ogni giorno qui fuori e guida con le locali linee internet disastrate la campagna online per la sua liberazione. Ma vuole anche sapere quante medicine sta prendendo e di quale colore sono. La madre sa solo che divide la cella con un assassino col quale va d’accordo e che “gli danno tutto quello che gli serve”.

Marie conosce esattamente quante dosi di speciali traquillanti da lei stessa comprati in Thailandia restano a suo marito per tenere a bada ogni giorno il sistema nervoso, e che dovrà fare presto un altro viaggio per comprargliele perché in Birmania non esistono. Ma non puo’ insistere nei dettagli e rovinare i rapporti con l’unica persona della famiglia dalla quale si è sentita accolta, se non a braccia aperte, con la certezza intima che lei faceva del bene a suo figlio. Il padre di U Gambira, a sua volta ex detenuto politico come gran parte dei fratelli, soffre di un’altra forma di malattia nervosa e non è stato cordiale nemmeno quando Marie è arrivata nella casa del villaggio e si è inchinata tre volte davanti a lui come da rito per ottenere la sua benedizione toccando terra con la fronte.

Se ne sarebbe tornata in Australia se U Gambira non le avesse dimostrato di essere disposto per amore suo a rinunciare perfino alla famiglia. Anche Marie è rimasta al suo fianco nonostante l’amore per i suoi figli maggiorenni che la attendono in Australia. “Ha bisogno di me, e io ho bisogno di lui” ha scritto sulla pagina Facebook che usa per fare appelli alla sua liberazione. Marie oggi si pente di essere tornata con Gambira a Mandalay per tentare l’ennesima volta di fargli ottenere un passaporto e andare insieme in Australia, lontano dalla Birmania che da una parte lo ha trasformato in un eroe, dall’altra in vittima di una ennesima ingiustizia come quelle subite in passato.

Intanto lei non puo’ entrare a vederlo, anche se va lì ogni giorno a sbirciare tra i cavalli di frisia, e a poco servono le sue lunghe chiacchierate con il capo delle guardie che ormai l’ha presa in simpatia, ma non puo’ rompere il rigido regolamento. Per l’amministrazione penitenziaria da lui rappresentata, U Gambira è il detenuto Nyi Nyi Lwin. Non tanto l’uomo che ha guidato la Rivoluzione di Zafferano e invitato i monaci a ribaltare la ciotola delle offerte davanti alle case dei generali – un marchio indelebile anche oggigiorno che dovrebbe essere un vanto – ma il cittadino accusato di violazione delle regole di immigrazione” per essere entrato senza documenti validi.

Il fatto che il Myanmar sia il suo Paese, del quale possiede una regolare Carta d’identità, sembra irrilevante ai fini della burocrazia giudiziaria civile, come accadeva al protagonista del Processo di Kafka. “Abbiamo chiesto il passaporto di Gambira nel 2013 – ci racconta Marie – e gli è stato rifiutato senza spiegazione. Ci abbiamo riprovato dalla Thailandia attraverso un agente che ha preso i soldi ma è letteralmente scomparso”.

Marie sa che, se fosse stata birmana, sarebbe potuta entrare a visitarlo senza problemi. Poco serve a consolarla il fatto che lei e U Gambira hanno illustri precedenti. A pagare le conseguenze di aver sposato uno straniero è infatti la stessa Aung San Suu Kyi, che – salvo imprevisti – non potrà diventare presidente anche se è stata incoronata regina del nuovo Parlamento riunito in seduta storica con una schiacciente maggioranza di deputati della sua Lega nazionale per la democrazia. Suu Kyi, che coincidenza è nata lo stesso giorno in giugno di U Gambira, viola una norma costituzionale dei generali contro i matrimoni con stranieri che le impedisce ogni incarico istituzionale, nonostante i suoi 255 seggi su 440 alla Camera.

Destini e metodi di disobbedienza diversi, il percorso dei due eroi della resistenza anti-regime si incrocio’ solo una volta, quando i monaci ribelli guidati da U Gambira si presentarono davanti ai cancelli della casa sul lago di Daw Suu Kyi cantando i mantra dei sutra, e lei uscì all’aperto dalla sua reclusione domiciliare di anni.

Ma la differenza tra la sorte di U Gambira e della sua ben più celebre compagna di lotte, è che l’ex monaco non combatte soltanto il sistema dei generali ancora potente, ma la propria stessa mente, affollata di voci dall’origine misteriosa che lo tormentano e non cessano senza medicine. Nemmeno lui sa dire se sono gli echi dei suoi compagni torturati o le sue stesse grida quando i carcerieri lo picchiavano. O se certe angosce ritornano dai tempi in cui, ancora bambino, era stato arruolato dai soldati birmani, prima di scappare e farsi monaco la prima volta a 12 anni.

Marie conosce quasi ogni fase della degenerazione di una crisi esplosa in carcere e tornata a fasi ricorrenti. Per questo teme una nuova lunga detenzione del marito, in luoghi dove ogni muro trasuda delle violenze subite per mezzo secolo dalle migliaia di Gambira arrestati per motivi politici.

E per questo Marie conta ogni giorno che manca alla fine della scorta di farmaci. Dice che nessuno puo’ intuire cio’ a cui lei è andata incontro dall’inizio della loro relazione nata su Internet nel 2012, quando Gambira è stato liberato dopo quattro anni durissimi per la mente ed il fisico, fiaccato dalla malaria contratta in cella e dai primi segnali di schizofrenia. Gambira uscì quell’anno nonostante una condanna a 68 anni ridotta a 63, grazie alla prima grande amnistia di celebrazione della pace tra il regime e l’Occidente mediata da Aung San Suu Kyi.

Marie senza conoscerlo aveva seguito virtualmente la sua carriera di leader naturale delle rivolte ed era stata tra le più attive campaigner per la sua liberazione. C’era voluto pero’ tempo per catturare via Internet tutta l’attenzione e la stima di un ex religioso che aveva tolto la tonaca solo dopo essere stato rifiutato da tutti i monasteri, timorosi di ammetterlo per non sfidare la polizia. Un uomo rimasto severo nei modi e riservato nello spirito, come ogni leader che non vuole mostrare debolezze.

Ma dopo il loro primo incontro in carne ed ossa, seguito alla lunga attesa del suo arrivo, Marie ha scoperto in Gambira un altro uomo, “un giocherellone che posava con me in costumi buffi, e si rotolava nell’erba come faceva prima di diventare un bambino soldato, e poi monaco, e poi “eroe” popolare…Forse aveva capito – aggiunge con una certa reticenza – che quella della fama di capopopolo era la sua ultima gabbia, e che con me poteva sentirsi finalmente libero, sé stesso e basta.”

Di certo dai giorni della Rivoluzione del 2007 il mito di U Gambira è cresciuto col suo “senso di responsabilità” – dice Marie – verso le varie associazioni dei diritti umani e gruppi internazionali che oggi lo sostengono impotenti e che lo hanno eletto a simbolo di coraggio e abnegazione civile. Ma è verso la gente più debole del suo Paese – secondo la moglie – che si sente in colpa per aver passato lunghi anni di esilio volontario all’estero. Marie ricorda che proprio alla fine dell’anno appena passato Gambira aveva espresso a un giornalista occidentale i motivi della sua reticenza a tornare indietro in un Paese non ancora libero, “Non mi fido ancora del governo birmano”, disse nell’intervista dove aveva dato credito ad Aung San Suu Kyi, ma criticava il fatto che il ministro della polizia sarebbe stato ancora un militare imposto dalla costituzione, com’era ai tempi bui delle sue fughe e catture. “Mi seguivano sempre – ha detto a James Coe del Frontier – ogni giorno, ogni notte…Solo ora in esilio sono al sicuro”.

Con l’evolversi della relazione con Marie e il matrimonio d’amore in rito semplice a Mandalay nel 2013, erano continuati pero’ certi anomali scompensi psichici che prescindevano dall’umore e dalle giornate felici con sua moglie. “Quando abbiamo scoperto che senza le medicine non poteva vivere un’esistenza pacifica com’è nella sua natura – ricorda Marie – è stato difficile fargli capire l’importanza di prenderle. Le smetteva ogni volta che stava meglio. “Posso farcela da solo, diceva, ho fatto anni di meditazione.”

Difficile immaginare una crisi di personalità così forte nell’uomo che è stato per più di 10 anni monaco e che non ancora trentenne guido’ con carisma l’Associazione di religiosi “All Burma monks” alla quale si è ispirato il primo movimento di rivolta civile contro l’aumento del gasolio e dei beni di largo consumo. Gambira difendeva i diritti di un popolo alla fame, e non aveva ceduto di fronte a nessuna minaccia, continuando a guidare proteste contro le condizioni dei detenuti in ogni carcere dove è stato rinchiuso. Per questo il trattamento nei suoi confronti è stato così duro in cella e fuori, e continua ancora oggi col rischio di protrarsi anche sotto il primo storico governo in tempi di libertà.

Come previsto in quell’intervista che potrebbe essere all’origine del suo nuovo arresto, spettano infatti ancora ai militari, oltre al 25 per cento di seggi nei parlamenti nazionale e regionali in via d’insediamento, il ministro dell’Interno, il ministro della Difesa e quello delle Frontiere, i più delicati. Al dicastero degli affari interni la vecchia Camera bassa ha tentato anche di attribuire una delega, proposta nella sua ultima seduta prima dello scioglimento, per dargli anche il controllo dell’immigrazione.

Sebbene la legge non sia passata per mancanza di tempo, U Gambira ha subito comunque le conseguenze dei poteri ancora dittatoriali della polizia, che lo accusa di aver violato le leggi di ingresso nel proprio Paese. “Siamo regolarmente entrati alle frontiere con la sua carta d’identità e il mio passaporto”, protesta Marie. Ma le ragioni servono a poco nel Paese degli abusi che vorrebbe voltare pagina e la trova incollata ai cavilli della Magna carta militare. Il sogno è che, quando Daw Suu Kyi riuscirà a diventare presidente, Gambira smetterà di entrare e uscire da una cella e, vicino al primo amore profano della sua vita, le voci di dentro piano piano smetteranno di prolungare le sue torture.

P.S. U Gambira ha nel frattempo ricevuto le sue medicine

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