Testo integrale del discorso di Daw Aung San Suu Kyi  del 19 settembre 2017

Testo integrale del discorso di Daw Aung San Suu Kyi  del 19 settembre 2017

Eccellenze e ospiti illustri,

L’anno scorso, quando mi sono rivolta all’ Assemblea generale delle Nazioni Unite in qualità di rappresentante del neo-costituito governo del Myanmar, abbiamo riaffermato la nostra fede e fiducia negli scopi e nei principi della Carta delle Nazioni Unite. E’ in questa fiducia duratura nella capacità delle nazioni di unirsi per costruire un mondo più pacifico e prospero, un mondo più gentile e più compassionevole per tutta l’umanità che vogliamo condividere con i membri della comunità internazionale le sfide che il nostro paese sta affrontando e i passi che stiamo intraprendendo per superarle.

Quest’anno, non potendo recarmi a New York per l’Assemblea generale, ho organizzato questo briefing diplomatico.

Quando il nostro popolo ha votato a favore della Lega Nazionale per la Democrazia alle elezioni del 2015, ci ha di fatto affidato il compito di assolvere tre responsabilità: transizione democratica, pace e stabilità e sviluppo. Nessuna di queste sfide è facile o semplice. La transizione per noi è una transizione verso la democrazia dopo mezzo secolo o più di regime autoritario. E ora stiamo facendo crescere la nostra nazione seppure sia una democrazia imperfetta.

La pace e la stabilità sono state qualcosa che abbiamo dovuto raggiungere dopo quasi 70 anni di conflitto interno iniziato il giorno della nostra indipendenza nel 1948. E lo sviluppo deve essere realizzato nel contesto delle due prime condizioni, alimentando i valori democratici, instaurando pace e stabilità e realizzando il tipo di sviluppo sostenibile che riteniamo equo per tutta la nostra gente.

La Birmania è una nazione complessa, come tutti voi sapete. E la sua complessità è aggravata dal fatto che le persone si aspettano che noi superiamo tutte queste sfide in breve tempo. Mi sembra opportuno ricordare oggi che il nostro governo non è ancora al potere da 18 mesi. Alla fine di quest’ anno saranno trascorsi 18 mesi. Diciotto mesi sono un tempo molto breve per aspettarsi da noi di affrontare e superare tutte le sfide.

Ciò non significa che non siamo pronti a proseguire il nostro compito di superare queste sfide. Poiché credo nella comunità delle Nazioni, sono disposta a condividere con tutti gli amici che ci vogliono bene e capiscono i nostri problemi e ci sostengono ciò che abbiamo fatto per raggiungere la transizione democratica, la pace, la stabilità e lo sviluppo.

Sono consapevole del fatto che l’attenzione del mondo si concentri sulla situazione nello Stato di Rakhine e, come ho detto all’Assemblea Generale dell’anno scorso, come membro responsabile della Comunità delle Nazioni, il Myanmar non teme il controllo internazionale e ci impegniamo a trovare una soluzione sostenibile che porti alla pace, alla stabilità e allo sviluppo di tutte le comunità di tale Stato.

L’anno scorso ho poi illustrato brevemente i nostri piani per raggiungere questo obiettivo. Purtroppo, il nove ottobre, 18 giorni dopo la consegna del mio discorso all’Assemblea Generale, tre avamposti di polizia sono stati attaccati da gruppi armati musulmani. L’11 ottobre e il 12 novembre si sono verificati altri attacchi, che hanno provocato la perdita di vite umane, feriti, incendi nei villaggi e sfollamenti di persone nelle zone colpite. Molti musulmani sono fuggiti in Bangladesh. Da allora il governo sta compiendo ogni sforzo per ristabilire la pace e la stabilità e promuovere l’armonia tra le comunità musulmana e Rakhine.

Anche prima che questi focolai si verificassero, avevamo istituito un comitato centrale per lo Stato di diritto e lo sviluppo nello stato Rakhine e abbiamo invitato il dottor Kofi Annan a dirigere una Commissione che ci aiuterà a risolvere i problemi di lunga data di quello Stato.

Tuttavia, nonostante tutti questi sforzi, non siamo stati in grado di prevenire i conflitti. Nel corso dell’ultimo anno abbiamo continuato con il nostro programma di sviluppo e l’instaurazione della pace e dell’armonia.

Dopo diversi mesi di apparente quiete e pace, il venticinque agosto, 30 avamposti di polizia, la sede del reggimento nel villaggio di Taungala sono stati attaccati da gruppi armati. In seguito a questi attacchi, il governo ha dichiarato l’“Arakan Rohingya Salvation Army” e i suoi sostenitori responsabili di atti terroristici come gruppo terroristico, in conformità con la legge antiterrorismo Sezione 6, Sottosezione 5.

Nel mondo c’ è stata molta preoccupazione per la situazione nello stato Rakhine. Il governo del Myanmar non intende attribuire colpe o negare responsabilità. Condanniamo tutte le violazioni dei diritti umani e la violenza illegale. Siamo impegnati per il ripristino della pace, della stabilità e dello Stato di diritto in tutto lo Stato. Le forze di sicurezza sono state invitate a rispettare rigorosamente il codice di condotta nello svolgimento delle operazioni di sicurezza, ad esercitare tutte le debite cautele e ad adottare tutte le misure necessarie per evitare danni collaterali e danni a civili innocenti. Le violazioni dei diritti umani e tutti gli altri atti che compromettono la stabilità, l’armonia e minano lo Stato di diritto saranno affrontati nel rispetto delle severe norme della giustizia.

Ci sentiamo profondamente colpiti dalla sofferenza di tutte le persone coinvolte nel conflitto. Quelli che hanno dovuto fuggire dalle loro case sono molti. Non solo musulmani e Rakhines, ma anche piccoli gruppi minoritari come Dyna, Mro, Thet, Magyi e Indù, la presenza dei quali è in gran parte sconosciuta all’opinione mondiale.

L’assistenza umanitaria è stata fornita alle comunità sfollate da una squadra guidata dal Ministro della Previdenza sociale e degli aiuti e del reinsediamento a partire dal 27 agosto. I dettagli dei programmi di assistenza umanitaria saranno messi a disposizione di tutti i nostri ospiti a tempo debito.

La relazione finale della Commissione Consultiva sullo Stato di Rakhine, presieduta dal Dr. Kofi Annan, è stata resa pubblica il 25 agosto, il giorno stesso in cui si è svolta l’ultima serie di attentati. Siamo determinati ad attuare le Raccomandazioni della Commissione, dando la priorità a quelle raccomandazioni che porteranno rapidi miglioramenti alla situazione entro breve tempo. Altre raccomandazioni dovremo attuarle più avanti. Ma ogni singola raccomandazione che andrà a beneficio della pace, dell’armonia e dello sviluppo nello Stato di Rakhine sarà attuata nel più breve tempo possibile.

Il governo sta lavorando per riportare la situazione alla normalità. Dal 5 settembre non ci sono stati scontri armati e non ci sono state operazioni di sgombero. Ciononostante, siamo preoccupati per il fatto che numerosi musulmani fuggono oltre frontiera per raggiungere il Bangladesh. Vogliamo scoprire perché sta accadendo questo esodo. Vorremmo parlare con coloro che sono fuggiti, così come con coloro che sono rimasti. Penso che sia ben poco noto che la grande maggioranza dei musulmani nello Stato di Rakhine non abbia aderito all’esodo. Più del 50 per cento degli abitanti dei villaggi di musulmani sono intatti. Sono come prima degli attacchi. E vorremmo sapere perché. Questo è ciò a cui dobbiamo lavorare. Non solo per quanto riguarda i problemi, ma anche per quei settori in cui non vi sono problemi. Perché siamo riusciti a evitare questi problemi in alcuni settori? E per questo motivo, vorremmo invitare i membri della comunità diplomatica a unirsi a noi nel nostro sforzo per imparare di più dai musulmani che si sono integrati con successo nello Stato Rakhine.

Se siete interessati ad unirvi a noi nei nostri sforzi, fatecelo sapere. Possiamo farvi visitare queste zone e chiedervi perché non sono fuggiti, perché hanno scelto di rimanere nei loro villaggi, anche in un momento in cui tutto ciò che li circonda sembra essere in uno stato di agitazione.

Oltre a ciò che stiamo facendo per placare i timori del nostro popolo, vorrei dire che abbiamo continuato a portare avanti i nostri programmi di sviluppo economico sociale del Rakhine. Permettetemi di illustrarne alcuni. Il Piano di Sviluppo Socioeconomico dello Stato di Rakhine 2017-2021 è stato elaborato per promuovere lo sviluppo regionale in vari settori. Centinaia di nuovi posti di lavoro e nuove opportunità sono stati creati per la popolazione locale attraverso partenariati pubblico-privato. La vitalità di una nuova zona economica speciale porterà nuovi posti di lavoro e le imprese sono in fase di insediamento. In termini di sviluppo infrastrutturale, l’elettrificazione è stata ampliata con la costruzione di nuove strade e ponti, tra cui una nuova autostrada che collegava aree remote precedentemente accessibili solo via mare. Tutte le persone che vivono nello Stato di Rakhine hanno accesso all’istruzione e ai servizi di assistenza sanitaria senza discriminazioni. I servizi sanitari sono forniti in tutto lo Stato, anche nelle aree difficili da raggiungere con nuove cliniche mobili. Il governo ha potenziato 300 scuole nel Rakhine, sono stati avviati i programmi di formazione professionale e tecnica. Anche gli studenti musulmani hanno accesso all’ istruzione superiore senza alcuna discriminazione. Gli aiuti umanitari raggiungono tutte le comunità nel 95% delle aree colpite prima dei recenti attacchi del 25 agosto. Stiamo avviando un’altra tornata di aiuti umanitari che ci auguriamo si occuperà di tutta la gente della regione.

Per quanto riguarda gli sfollati interni, sono stati chiusi tre campi e sono stati forniti gli aiuti necessari, compresa la costruzione di nuove case. C’è ancora molto da fare in questo settore. Siamo consapevoli delle sfide che ci troviamo ad affrontare.

Per quanto riguarda la cittadinanza, è stata elaborata una strategia con un calendario specifico per portare avanti il processo di verifica nazionale. Ma questo è un processo che richiede la cooperazione di tutte le comunità. In alcune comunità musulmane, i leader hanno deciso di non partecipare al processo di verifica. Saremmo lieti se tutti gli amici potessero convincerli a partecipare al processo perché non hanno nulla da perdere.

Stiamo anche cercando di promuovere l’armonia religiosa tra le comunità coinvolgendo gruppi interreligiosi. Un nuovo programma deve essere introdotto nelle scuole con un’attenzione particolare alle idee morali, civiche, alla pace e alla stabilità. È stato creato un nuovo canale radio per fornire informazioni, tra l’altro, sull’assistenza sanitaria, sul processo di verifica nazionale e sull’istruzione a tutte le comunità. Trasmetterà in lingua Rakhine, Bengalese e Birmana.

La formazione e lo sviluppo delle capacità delle forze di polizia e di sicurezza sono forniti in cooperazione con l’Unione Europea e le Agenzie delle Nazioni Unite. Dal dicembre 2016 nel Rakhine, gruppi mediatici locali e stranieri hanno avuto accesso a zone precedentemente proibite. Anche dopo le epidemie del 25 agosto, abbiamo fatto in modo che diversi media visitassero le zone colpite.

Il governo sta lavorando alacremente per migliorare le relazioni esistenti con il Bangladesh. Il Ministro degli Affari Esteri e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale si sono recati in Bangladesh nei mesi di gennaio e luglio di quest’anno. Speravamo anche di ricevere una visita dal Ministro degli Interni del Bangladesh, ma è stato necessario posticiparla per motivi legati agli altri impegni assunti dal Ministro. Tuttavia, lo accoglieremo con favore in qualsiasi momento in cui egli possa venire e speriamo di portare avanti l’accordo sulla sicurezza delle frontiere che stiamo cercando di attuare insieme.

E’ stato lanciato un appello per il rimpatrio dei rifugiati fuggiti dal Myanmar in Bangladesh. Siamo pronti ad avviare il processo di verifica in qualsiasi momento. Già nel 1993 è stato avviato un processo di verifica e sulla base dei principi che entrambi i paesi hanno concordato in questo momento possiamo continuare con la verifica dei rifugiati che desiderano ritornare in Myanmar.

Ci atterremo ai criteri concordati all’epoca e, come il nostro Consulente per la Sicurezza Nazionale ha assicurato al Bangladesh, e posso confermarlo ora, siamo pronti ad avviare il processo di verifica in qualsiasi momento e coloro che sono stati verificati come rifugiati da questo paese saranno accettati senza alcun problema e con la piena garanzia della loro sicurezza e del loro accesso agli aiuti umanitari.

Mi risulta che molti dei nostri amici in tutto il mondo siano preoccupati per le notizie di villaggi bruciati e di orde di rifugiati in fuga. Come ho già detto, dal 5 settembre non vi sono stati conflitti e nessuna operazione di sgombero. Anche noi siamo preoccupati, vogliamo scoprire quali sono i problemi reali. Ci sono state accuse e controdeduzioni, e dobbiamo ascoltarle tutte, e dobbiamo assicurarci che queste accuse si basino su prove solide prima di agire. Saranno intraprese azioni contro tutte le persone, a prescindere dalla loro religione, razza o posizione politica, che vanno contro le leggi del Paese e violano i diritti umani accettati dalla nostra comunità internazionale.

Non siamo mai stati deboli sui diritti umani in questo paese. Il nostro governo si è affermato come un organismo impegnato nella difesa dei diritti umani, non dei diritti di una particolare comunità, ma dei diritti di tutti gli esseri umani entro i confini del nostro Paese.

Poiché ci concentriamo sui problemi nello Stato di Rakhine, vorrei anche cogliere l’occasione per ricordarvi che ci sono problemi altrettanto gravi per noi per quanto sta accadendo nella parte occidentale del nostro Paese. Abbiamo cercato di costruire la pace dai conflitti interni, una pace che deve essere duratura e accompagnata da uno sviluppo sostenibile ed equo. Vi invitiamo a partecipare a questo processo di pace, ad unirvi a noi nel trovare soluzioni durature ai problemi che da anni affliggono il nostro Paese. Il processo di pace avviato lo scorso anno in agosto continua, e ci troviamo di fronte a molte difficoltà. Questo non mi sorprende, perché è normale che processi di pace in qualsiasi parte del mondo incontrino difficoltà e talvolta si trovino in una situazione di stallo, si fermino a volte ad un punto morto, a volte sembri che tutto stia crollando; eppure, alla fine, ci uniamo tutti insieme e andiamo avanti. Noi tutti vogliamo la pace e non la guerra, vogliamo l’armonia e non il conflitto, e questa è l’aspirazione condivisa da tutta la nostra gente.

Pace, stabilità, armonia e progresso – non è un’agenda ampia, ma è difficile, e mentre proseguiamo nei nostri sforzi per rimediare ai mali di questa nazione, vorrei chiedere ai nostri amici che capiscono e simpatizzano con le nostre aspirazioni e i nostri problemi di unirsi a noi. Vorremmo che si unissero a noi in modo positivo e costruttivo per trovare nuove strade verso la pace e la stabilità, verso l’armonia. Vorremmo che pensaste al nostro Paese nel suo complesso, e non solo alle aree tormentate; è solo nel suo complesso che possiamo compiere progressi.

Vorrei che si usasse l’analogia di un essere umano sano. Un essere umano sano deve essere sano ovunque. Non si può trascurare la sua salute generale solo per concentrarsi su un membro malato. Uso questa analogia perché la sanità è quella che ha compiuto i maggiori progressi da quando siamo entrati nell’amministrazione lo scorso anno. Concentrandoci sulla sanità pubblica, abbiamo scoperto che anche altri problemi sanitari possono essere affrontati meglio. Ad esempio, nell’ arco di un anno, i decessi per HIV si sono dimezzati, non perché ci stiamo concentrando solo sull’ HIV-AIDS, ma perché ci stiamo concentrando sulla salute pubblica nel suo complesso, sulla salute di tutti i nostri cittadini e di tutte le nostre comunità.

E’ così che vorrei che voi guardaste al nostro Paese. Siamo una democrazia giovane e fragile, che si confronta con molti problemi. Ma dobbiamo affrontarli tutti allo stesso tempo nel modo in cui dobbiamo affrontare contemporaneamente tutti i nostri problemi di salute. Non possiamo concentrarci su pochi. Vorrei che tutti si unissero a noi nel trovare nuove strade, nuove risposte, più costruttive, più positive, più innovative e forse più audaci. Se non riusciamo a risolvere rapidamente i nostri problemi, ciò non significa che non saremo mai in grado di risolverli, significa solo che le sofferenze della gente si prolungheranno.

Vorremmo porre fine quanto prima alle sofferenze delle persone. Vorremmo fare del nostro Paese una nazione al cui interno tutti possano vivere in sicurezza e prosperità. Si tratta di un obbiettivo grande. Questa è una grande ambizione. Ma non è impossibile da realizzare.

Dobbiamo tutti unirci. Riconosco che la vera responsabilità ricade sul popolo di questo Paese. Tutto il popolo del Myanmar, dal governo a ogni singolo individuo all’interno di questo paese ha la responsabilità per lo sviluppo e il progresso di questo paese. Ma vorremmo che i nostri amici si unissero a noi nel nostro grande sforzo. Si tratta certamente di un grande sforzo, di uno sforzo ambizioso, di una determinazione a costruire da un paese afflitto da molti problemi, uno Stato sano, forte, in grado di guardare avanti con fiducia a un futuro sicuro.

E’ triste che, nell’ incontrare la nostra comunità diplomatica, io sia costretta a concentrarmi su pochissimi dei nostri problemi, quando ce ne sono tanti che credo possiamo risolvere insieme. Per questo motivo, aprirò la porta a tutti voi che desiderate unirvi a noi nei nostri sforzi. Vi invitiamo ad unirvi a noi, a parlarci, a discutere con noi, ad andare con noi nelle aree travagliate – dove possiamo garantirvi la sicurezza perché non vogliamo che si verifichino ulteriori problemi se dovesse accadervi qualcosa – vorremmo che voi vi uniste a noi, che vediate con i vostri occhi cosa sta accadendo e che possiate riflettere liberamente su che cosa possiamo fare per eliminare questi problemi. Vorrei anche che vi occupaste in modo particolare di studiare le aree pacifiche – come sono riuscite a preservare l’armonia? Perché non si combattono l’un l’altro in queste particolari aree? Questa è la risposta di cui abbiamo bisogno. Non si tratta solo di eliminare i mali, ma anche di promuovere ciò che è positivo. Dobbiamo eliminare il negativo e aumentare il positivo, e vorremmo farlo insieme a tutti voi.

Come probabilmente sapete, il nostro Ministro per il reinsediamento e la ricostruzione sta guidando il nostro programma di assistenza umanitaria. Siamo molto lieti che il Comitato Internazionale della Croce Rossa si unisca a noi e accoglieremmo con favore gli altri che vorrebbero unirsi a noi nei nostri sforzi. Molti si sono già impegnati ad aiutarci donando generosamente sia in denaro che in natura, e faremo in modo che ogni loro contributo per la promozione della pace e dell’armonia nello Stato Rakhine sia usato nel miglior modo possibile per andare a beneficio di tutte le comunità.

Non vogliamo che Myanmar sia una nazione divisa da convinzioni religiose, di etnia o ideologia politica. Tutti noi abbiamo il diritto alle nostre diverse identità, e tutti noi abbiamo il diritto di sforzarci di vivere la nostra vita nel modo in cui crediamo che sia giusto. Ma dobbiamo anche lavorare insieme perché apparteniamo a una nazione e, poiché apparteniamo a una nazione, noi apparteniamo anche a questo mondo. Per questo motivo abbiamo attribuito grande importanza al ruolo delle Nazioni Unite in quanto Assemblea di Nazioni creata per promuovere la pace e l’armonia, affinché il nostro mondo non ricada mai più nella sofferenza che tutti abbiamo vissuto durante la seconda guerra mondiale.

E’ con l’intenzione di porre fine alle guerre, cioè porre fine ai conflitti, che le Nazioni Unite sono state istituite e vorrei che pensaste che ciò che stiamo facendo oggi in quest’ Aula potrebbe essere l inizio di un movimento veramente forte ed efficace per porre fine a tutti i conflitti all’ interno del Myanmar, ai conflitti tra le nostre comunità, ai conflitti tra le etnie, nonché al conflitto di idee su come procedere. Vorrei anche chiedere agli altri generosità e coraggio per poter considerare anche il nostro punto di vista. E’ solo cooperando che il nostro mondo può andare avanti. Attaccandoci l’un l’altro, con parole o con armi o addirittura con emozioni, non ci aiuteremo.

L’odio e la paura sono i principali flagelli del nostro mondo. Tutti i conflitti nascono dall’odio o dalla paura. Solo eliminando le fonti dell’odio e del timore saremo in grado di eliminare i conflitti dal nostro paese e dal mondo.

Come sapete, vi sono molte accuse e controdeduzioni. Non ho preso in considerazione nessuna di esse perché non è mio scopo promuovere e incoraggiare i conflitti, siano essi di idee o di armi, ma cercare di promuovere l’armonia e la comprensione. Spero che ci capirete e vi unirete a noi nei nostri sforzi.

Come ho detto prima, si tratta di un briefing diplomatico. L’obiettivo era quello di tenere i membri della nostra comunità diplomatica, i rappresentanti dei nostri amici di tutto il mondo, in contatto con ciò che stiamo cercando di fare. Per certi versi, però, non si tratta solo di un briefing diplomatico. E’ un appello cordiale a tutti coloro che augurano bene al Myanmar, un appello cordiale per aiutarci a raggiungere gli obiettivi che, penso sarete d’accordo, non sono solo desiderabili per questo particolare Paese, ma anche per i Paesi di tutto il mondo.

Grazie.

 

Card. Bo: religiosi in Myanmar, “esercito” di pace più forte di militari e milizie etniche

Card. Bo: religiosi in Myanmar, “esercito” di pace più forte di militari e milizie etniche

Il porporato birmano ha promosso la prima conferenza interreligiosa di pace a Yangon. Presenti oltre 200 leader buddisti, cristiani, musulmani e indù. Intervenuti pure leader politici, istituzionali e membri della società civile. Agli uomini di fede il compito di appianare le discriminazionI e mettere fine agli scontri etnici e confessionali. Tempo di traghettare il Paese verso una piena democrazia.

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 Un richiamo ai leader religiosi perché promuovano la pace, trasformando un Paese ricco di risorse sfruttate sinora da una cricca di privilegiati in una nazione capace di appianare le divisioni sociali. E con esse anche gli scontri di carattere etnico e confessionale, che tanto sangue e un gran numero di vittime hanno mietuto in questi anni. È il messaggio lanciato dal card. Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, nel contesto della prima conferenza interreligiosa di pace, che si è tenuta il 26 e 27 aprile scorsi a Yangon. 

Su iniziativa del primo porporato della storia della Chiesa birmana, nella capitale economica e commerciale del Myanmar si sono riuniti oltre 200 leader buddisti, cristiani, musulmani e indù. A questi si sono aggiunti esponenti politici, istituzionali, diplomatici e membri della società civile. Per i presenti è arrivato il momento di traghettare una volta per tutte il Paese verso una piena democrazia, dopo mezzo secolo di dominio militare. In questo senso sarà fondamentale l’opera dei religiosi, delle persone di fede, che se uniti formano un “esercito” ancora più numeroso delle temibili forze armate del Myanmar. 

Ecco, di seguito, il messaggio integrale del card. Bo. Traduzione a cura di AsiaNews.

Pace, Shalom, Shanthi,  

Sono assai onorato nell’essere annoverato fra quanti amano la pace, a diventare parte di questo sacro pellegrinaggio di tutte le religioni verso la Sacra montagna della Pace. Questo è un grande momento per la storia del Myanmar, per il popolo del Myanmar. Questa grande nazione ha cercato a lungo questo momento: tutti noi, che proveniamo da retaggi culturali diversi fra loro, da religioni diverse, ci siamo riuniti per ascoltarci l’un l’altro, per esplorare le possibilità di promuovere una migliore pace e prosperità alle attuali e alle generazioni future.

Una iniziativa tardiva, ma che giunge comunque in un momento opportuno.

Ci siamo riuniti non certo per contare le ferite del passato, ma lo abbiamo fatto per elencare le benedizioni che derivano dalla pace. Ci siamo riuniti non per richiamare alla mente gli incubi di ere passate, ma per perseguire la promessa di pace per tutti noi e per le generazioni future. Come diceva il signore Buddha: “Non importa quanto arduo sia stato il passato, puoi sempre ricominciare da capo”. Spero si possano dimenticare le ferite del passato e andare avanti, in direzione della pace.

Il Myanmar ha intrapreso un viaggio sacro che abbraccia la pace, la giustizia verso i più deboli e la prosperità per tutti.

Ed è nel contesto di questo viaggio sacro, miei cari fratelli e sorelle, che ci siamo riuniti per celebrare la nostra unità nella diversità. Siamo qui per smentire alcuni fra i cinici moderni che accusano le religioni di essere la causa dei conflitti. Siamo qui per affermare che le religioni sono il cammino verso la pace interiore ed esteriore. Il Myanmar è una nazione caratterizzata da una profonda tradizione religiosa e spirituale. È la terra delle grandi religioNi, è la terra del buddismo Teravada, la terra di Vipassana, la terra di molte altre religioni. Essa è una nazione arcobaleno. Il popolo del Myanmar ascolta con regolarità discorsi improntati alla religione. La vita e la testimonianza dei leader religiosi hanno un impatto profondo e duraturo sulla vita delle persone.

Se si guarda agli ultimi duemila anni di storia alle nostre spalle, non vi è mai stata una vera e totale pace nel mondo. Anche oggi milioni di persone al mondo sono affette a vario titolo dalla guerra. La nostra battaglia in quanto esseri umani è quella di vivere in pace. Tuttavia, i conflitti persistono. Fratello contro fratello. Il sangue di Abele ucciso da suo fratello Caino nelle prime pagine della Bibbia corrisponde a verità in molte parti del mondo. L’uomo sembra essersi evoluto nutrendosi di odio, secondo la sua natura primordiale. Il potere, il denaro e il controllo insanguinano le nazioni. Le guerre nel XXmo secolo hanno ucciso oltre 130 milioni di persone. Non sappiamo quanti siano stati uccisi e quanti moriranno nei giochi di potere fra nazioni.

Le grandi religioni affrontano questo problema. Gli insegnamenti di Buddha contenuti nel Marga che esortano alla compassione e alla misericordia sono un grande contributo alla pace. Il buddismo insegna la compassione non solo verso gli esseri viventi, ma anche per le cose viventi come gli alberi. In questo Paese vi sono circa 500mila monaci che possono diffondere il grande messaggio di Buddha che invita alla compassione come religione comune di tutto il Myanmar. Vi sono anche 70mila monache buddiste. Altre religioni, come quella cattolica, annoverano oltre 2500 suore, circa 700 preti. Ogni giorno, quanti di noi hanno abbracciato la vita sacerdotale hanno una grande opportunità per diffondere il messaggio della semplicità, del servizio, della condivisione.

Questa conferenza riunisce leader religiosi diversi affinché si impegnino in un linguaggio di pace e al fine di esplorare la via attraverso la quale le religioni possano diffondere la pace nel Paese, come possano le fedi contribuire alla comprensione reciproca fra parti. Non ci riuniamo in quanto politici, non come uomini di Stato o rappresentanti di gruppi armati. Siamo uomini di fede, alla ricerca del bene comune.

Il mio compito è di aprire le porte della riflessione per i prossimi due giorni con il messaggio: “Mio caro popolo del Myanmar, la Pace è il cammino, la Pace è la sola strada. Facciamo in modo di guarire le ferite dell’altro, e non infliggiamoci altre ferite”. Sono sicuro che gli altri relatori rafforzeranno la nostra richiesta di pace attraverso i loro sguardi negli inviti alla pace delle altre religioni. Tutti avranno la possibilità di condividere le loro idee.

Io provengo dalla tradizione cristiano-cattolica. La pace per noi nasce dalla giustizia e matura nell’amore. Papa Benedetto assicura che “Amore – la carità – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta… In aggiunta alla giustizia, all’uomo serve e servirà sempre l’amore”. Costruire la pace, promuovere la pace è parte della nostra tradizione religiosa. La nascita di Cristo è stata annunciata attraverso la formula “La pace sia con tutti voi” e quando Gesù è risorto dai morti ha voluto impartire un solo, forte messaggio ai suoi discepoli: Pace! Beati i costruttori di pace, ha detto Gesù. Con il grande Francesco di Assisi, ogni cristiano in Myanmar prega oggi: “Fai di me uno strumento di pace-Dove è odio che io porti l’amore”. Mahatma Gandhi è il grande apostolo della non violenza e ha tratto grande insegnamento dal sermone di Gesù sulla Montagna. Come cristiani, cerchiamo pace per questa terra. Invito tutti voi a pregare come Francesco di Assisi: “Fai di me uno strumento di pace! Dove è odio che io porti l’amore”.

1 – Il passato, è un passato ferito, ma le religioni possono guarire la nazione e darle un futuro di speranza.

La nostra è una terra benedetta. È una terra dorata. Shew Myanmar. Oro, giada, minerali sopra o sotto il terreno. Dio e la natura ci hanno concesso beni a sufficienza per essere tutti ricchi e prosperi. Siamo l’invidia di molte nazioni per la bellezza naturale e le infinite risorse. Più di ogni altra cosa, questa nazione è benedetta da una gloriosa tradizione spirituale e da un popolo famoso in tutto il mondo per la grazia e l’ospitalità.

A dispetto di queste e molte altre benedizioni, abbiamo una storia di ferite. La dura guerra per la libertà, vinta al prezzo di enormi sacrifici ne è stato lo scioccante inizio. I fondatori di questa nazione sono stati uccisi dall’odio. I conflitti iniziati 60 anni fa continuano a infestare gran parte del Myanmar. La lista infinita dei morti è deprimente: In ogni parte del Paese, l’odio ha seppellito i nostri giovani in anonime bare. Migliaia i rifugiati, migliaia gli sfollati interni. I nostri conflitti e le nostre guerre hanno trasformato quello che un tempo era un Paese ricco in uno dei più poveri della regione. Abbiamo ridotto migliaia dei nostri giovani nelle più svariate forme di moderna schiavitù. La minaccia della droga è diventata fonte di un omicidio silenzioso. Dobbiamo continuare a ferirci l’un l’altro attraverso l’odio? In quanto popolo, possiamo curarci a vicenda? Possiamo trasformare quanti predicano odio in ambasciatori di pace? Le religioni possono aiutarci a non guardare agli altri come cristiano, musulmano, buddista, indù, ma come fratelli sorelle di questa grande nazione? Tutto questo può essere fonte di pace e speranza per tutti?

Il nostro essere qui riuniti è un tentativo di democratizzare il cammino di pace di questo Paese. Non penso che vi sia odio fra persone. Questo è emerso nel contesto dei grandi cataclismi naturali. Durante il ciclone Nargis, i monaci buddisti salvavano tutti i villaggi, i gruppi cristiani distribuivano aiuti a tutti. La compassione era la religione comune del Myanmar. Vogliamo coinvolgere le persone comuni, vogliamo portare la voce del nostro popolo alle conferenze di pace. I nostri leader stano cercando attraverso la Conferenza di pace di Panglong di unire i vari capi. Apprezziamo questo sforzo. Il nostro unirci è per farci sentire da quanti detengono il potere, quanti hanno la responsabilità di prendere decisioni, perché tutti sappiano che le religioni in questo Paese chiedono la pace e desiderano lavorare in comune con gli attori statali e non, per garantire una pace duratura. Facciamo che le voci del popolo siano udite in tutte le conferenze di pace. Vorrei parlare di alcuni dei più grossi ostacoli al nostro pellegrinaggio di pace. Una volta John F Kennedy ha detto che “quanti non vogliono imparare dagli errori della storia, saranno condannati a ripeterli”. Negli ultimi 60 anni il nostro Paese ha atteso invano la pace. Per questo è urgente accettare e rimuovere alcuni fra i più grossi ostacoli alla pace.

2 – I grandi ostacoli alla pace:

1) Abuso della cultura e della religione per odio: Nessuna cultura o religione è violenta in se stessa. Tutte insegnano pace e armonia. Ma vi sono momenti in cui religioni e culture sono oggetto di abusi da parte di elementi senza scrupoli, il cui obiettivo è diffondere l’odio fra le persone. Tutti noi qui riuniti dobbiamo opporre resistenza ai discorsi di odio presenti in tutte le religioni e contro tutte le persone. Non vi è alcuno spazio per l’odio nelle religioni.

2) Negazione della dignità della diversità: Le nazioni che celebrano la diversità come punto di forza hanno sempre prosperato. Gli Stati Uniti, l’Europa e molti Paesi al mondo hanno riconosciuto la dignità della diversità. Unità nella diversità è la forza di una nazione. La predilezione per una razza, per una cultura e una religione finiranno di sicuro col portare malcontento e una risposta di natura violenta. Vi sono qui sette grandi tribù e 135 etnie. Che nazione variopinta, non dovremmo dunque celebrare i nostri così vibranti colori?

3) La maledizione delle risorse: Molti autori ritengono che le radici del conflitto in Myanmar affondano nella guerra per le risorse. La nostra nazione possiede oro, giada, legname pregiato, olio e altri minerali. La mancanza di trasparenza di alcuni individui e di certe compagnie ha causato conflitti in molte parti del Paese. La nazione ha bisogno di muoversi nella direzione del federalismo economico. Il generale Aung San era pronto a discutere di questa soluzione nella prima Conferenza di Panglong. Le risorse del Myanmar appartengono al popolo del Myanmar.

4) I benefici diseguali della moderna economia: La moderna economia è a beneficio di pochi ed è fonte di frustrazione per migliaia. Anche dopo che è sorta la democrazia nel nostro Paese, la lunga mano delle compagnie sulle risorse non si è allentata. Il furto di terreni, le concessioni di terre ai ricchi, gli affari a vantaggio dei ricconi rendono i poveri e i derelitti ancor più feriti e discriminati.

5) La risposta armata, la violenza, la guerra: Negli ultimi 60 anni, tutte le parti in causa nei conflitti hanno optato per la risposta armata come metodologia predominante. Sebbene molti gruppi abbiamo aderito al cessate il fuoco, altri hanno continuato a nutrire dubbi. La violenza non ha portato ad alcuna risoluzione dei conflitti, ma solo una agonia ancora più grande e lo sfollamento per i più poveri.

3 – Il ruolo della religione, cosa possono fare le religioni per la pace nel Paese. 

Religioni – Il loro sforzo di umanizzazione – di fratellanza per l’umanità: “Occhio per occhio rende l’umanità cieca” diceva Gandhi. L’odio è un animale istintivo in attesa di esplodere nella natura umana. Leader dalla visione ristretta hanno manipolato le religioni per fomentare l’odio. Le religioni esistono per rendere ancora più umani gli uomini e le donne, non per insegnare la vendetta. Come il filosofo delle religioni Karen Armstrong ha avvertito le religioni non possono essere usate per creare “fiumi di sangue”. Le religioni si impegnano a costruire la fratellanza fra tutti.

Tutte le fedi si muovono verso la pace interiore ed esteriore. Buddismo, islam, induismo e cristianesimo: Il Signore Buddha ha sempre pregato “la pace esteriore deriva dalla pace interiore” e attraverso varie meditazioni ha insegnato ai fedeli di controllare gli istinti violenti che spesso sono insiti nella natura umana. Il buddismo invoca con forza la pace. Metta (misericordia) e Karuna (compassione) sono i due occhi del buddismo. Anche gli stessi pensieri violenti sono contro il buddismo. Per i cristiani, la parola di Gesù è chiara e netta: beati i promotori di pace, Costruire la pace è compito di ogni credente. In modo meraviglioso, l’islam indica ai propri fedeli: se qualcuno fa qualcosa che ti ferisce fai una promessa ad Allah e a te stesso, perché tu non faccia la stessa cosa ad un altro. L’induismo adora “Shanti” come uno degli attributi della divinità. Tutte le religioni perseguono la pace. Tutta la nostra gente crede nelle religioni, tutti i gruppi armati, i gruppi etnici, l’esercito, i governativi sono credenti. Come spieghiamo dunque 60 anni di conflitti? Le religioni hanno fallito con la nostra gente?

Le religioni e il loro ruolo nella costruzione del processo di pace. Dato che gli abitanti del Myanmar nutrono un sentimento così profondo della religione, e seguono le linee guida dei leader religiosi, ogni guida religiosa ha il dovere morale di promuovere la pace ad ogni livello. Frequenti incontri fra fedeli di tutte le religioni favorirebbero dialogo e maggiore comprensione fra le persone. La mancanza di dialogo fra persone ha reso gli altri incontri di pace un esercizio futile. Pace e armonia ad ogni livello aiuteranno tutte le Conferenze di Panglong del futuro. Le persone di fede hanno un ruolo nel dialogo e nella costruzione della pace.

I religiosi nel Paese sono più numerosi dell’esercito e dei gruppi armati-Formiamo un esercito di pace: L’esercito del Myanmar è composto da circa 500mila unità. I monaci buddisti sono più di 500mila, le religiose buddiste oltre 70mila. Migliaia i pastori cristiani. La Chiesa cattolica annovera oltre 700 sacerdoti e 2300 suore. Assieme superiamo il numero di tutti quelli che credono in una soluzione armata. Noi, l’esercito della pace, dobbiamo mostrare attraverso la nostra parola e le nostre azioni che questa nazione può tornare alla pace attraverso il dialogo e la comprensione reciproca. È finito il tempo per una soluzione violenta. È tempo di pace per tutti.

Una road-map della Conferenza:

Dato che questa è la prima conferenza, vogliamo precisare che si tratta di un lungo viaggio e siamo qui per tracciare la road-map di questo lungo viaggio. I prossimi due giorni ascolteremo i vari relatori e tutti noi avremo la possibilità di discutere di queste questioni all’interno dei vari gruppi. E visto che si tratta di una iniziativa interreligiosa di pace, ascolteremo le varie opinioni sulle prospettive di pace in Myanmar. Vi sono altri attori e saremo ben felici di ascoltare le loro opinioni.

A mio avviso, vi sono i seguenti punti da affrontare:

1) La Conferenza deve delineare il ruolo delle religioni nel processo di pace. Ad oggi, tutti i colloqui di pace e le conferenze hanno escluso i leader religiosi, La maggior parte dei leader religiosi hanno lasciato che fossero altri attori a delineare il percorso di pace. L’influenza morale della religione sul popolo del Myanmar è un grande bene che andrebbe utilizzato per garantire maggiore comprensione fra comunità. Spero che emerga una maggiore chiarezza dopo questa due giorni di incontri.

2) Partecipazione a future iniziative di pace di livello nazionale-Una terza Conferenza di Panglong: I fedeli devono giocare un ruolo costruttivo nelle conferenze di pace sul piano nazionale. I leader religiosi sono stati esclusi dalle ultime conferenze. Dobbiamo essere inclusi e in quanto persone di fede dobbiamo portare le prospettive della religione nella pace.

3) Iniziative interreligiose e di pace di vari livelli: Crediamo che questa conferenza nazionale sia un punto di partenza di un lungo viaggio. Questo viaggio non si conclude con questa conferenza. Tutti noi sappiamo che dobbiamo tornare indietro e promuovere iniziative di pace a livello locale, in grado di catturare l’interesse di tutte le persone.

4) Dichiarazioni congiunte di pace sul terreno: Mi auguro che questa conferenza possa concludersi con un documento, non per una nota fine a se stessa ma per una road-map che indichi ulteriori iniziative una volta che saremo tornati nei nostri luoghi di origine.

5) Lavorare per rimuovere gli ostacoli alla pace: Nelson Mandela, Mahatma Gandhi e altri grandi leader non erano spaventati nell’affrontare alla radice il problema che causa il conflitto. Questa sagacia è necessaria per il nostro Paese. Una nazione che ha bisogno di capire che ciascun essere umano nato in questa terra deve essere trattato con uguale e grande dignità. Qualsiasi percezione di discriminazione deve essere affrontata con coraggio. Le questioni inerenti l’identità, la cultura e le risorse devono essere affrontate in modo trasparente.

6) Risorse-trasparenza: il Myanmar è una delle nazioni più ricche sulla terra e al suo interno vive una delle popolazioni più povere. Questa ricchezza che possediamo va a beneficio di pochi. Il futuro del Myanmar dipende dalla sua capacità di trasparenza nell’uso di queste risorse. Molti dei conflitti nascono proprio da questioni inerenti la condivisione delle risorse.

 

 

Conclusione

Investire nella speranza, investire nella pace-La pace è possibile, la pace è l’unica via

A dispetto di tutte le sfide, sono fiducioso. Guardiamo indietro, agli ultimi 10 anni. Vi è un’alba di democrazia. Mentre il Medio oriente è affondato in una spirale di violenza, il Myanmar ha mostrato al mondo che una transizione pacifica del potere è possibile! Il Myanmar ha mostrato che persone un tempo nemiche possono sedersi assieme in Parlamento e portare risultati sorprendenti. È nel potere del leader e degli abitanti del Myanmar di affrontare insieme le sfide. Abbiamo visto il Vietnam, dopo decenni di guerra, scegliere il cammino della pace e registrare in breve tempo una crescita economica, raccogliendo i dividendi della pace per il suo popolo. La Cambogia ha raggiunto la pace archiviando il suo passato oscuro e trasformandosi in una nazione di speranza.

Il Myanmar potrà rinascere ancora alla sua gloria, il suo incontro con il destino è arrivato. Nessuno può negare il suo posto nel palcoscenico mondiale. I dividendi della pace saranno di beneficio per tutti. Una nazione con il 40% dei giovani non può sprecare la sua ricchezza in guerre che nessuno può vincere.

La pace è la sola soluzione. Questo è il nostro sogno. Facciamo in modo che si trasformi in realtà.

Vorrei concludere questa mia riflessione citando Martin Luther King e parafrasando le sue parole immortali:

Io ho un sogno, questa mattina, che la pace in Myanmar diventerà una realtà in questo giorno. 

E con questa fede usciremo e scaveremo un tunnel di speranza attraverso la montagna del conflitto. 

Con questa fede, andremo fuori e trasformeremo il buio amaro di ieri in un domani splendente di speranza. 

Con questa fede, saremo in grado di raggiungere questo nuovo giorno in cui tutti i popoli di fede, i bamas e le minoranze etniche, i buddisti e i cristiani, i musulmani, gli indù e gli altri, potremo unire le mani e cantare con una inondazione di speranza:

La pace, finalmente! La pace, finalmente!

Grazie a Dio onnipotente, abbiamo visto splendere infine la pace nella nostra terra. 

(traduzione a cura di Asianews)

 

 

 

 

 

 

AUNG SAN SUU KYI IN VISITA A ROMA

AUNG SAN SUU KYI IN VISITA A ROMA

17_05_04_assk_associazione17_05_04_assk_alone   Tappa a Roma per Aung San Suu Kyi.  Dopo aver incontrato a Bruxelles il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ed essere stata ricevuta dal re Filippo del Belgio, Daw  Suu è arrivata a Roma dove ha incontrato il presidente del Consiglio Gentiloni, il ministro deli Esteri Alfano, la presidente della Camera dei deputati Boldrini ed altri esponenti politici italiani.

Non è mancata l’occasione per incontrare l’Associazione per l’Amicizia Italia Birmania Giuseppe Malpeli, rappresentata dal Presidente Carlo Ferrari, dalla senatrice Albertina Soliani, da Sara Avanzini, Alberto Brunazzi e Virginia King.

Sempre a Roma ha avuto anche un colloquio con Romano Prodi.

Culmine della visita è stato l’incontro con papa Francesco in Vaticano al termine del quale si è avuto l’annuncio che la Santa Sede e la Repubblica dell’Unione del Myanmar hanno deciso di comune accordo di stabilire relazioni diplomatiche.

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ALBERTINA SOLIANI RACCONTA L’ULTIMO VIAGGIO

ALBERTINA SOLIANI RACCONTA L’ULTIMO VIAGGIO

 

Parma, 10 aprile 2017

 

Cari Amici,

sono così intensi questi giorni che non so quando e come dirvi. Vorrei condividere con voi l’essenziale, ma spesso anche i dettagli lo sono.

Un mese fa ero in Birmania, di nuovo. Ci vogliono bene anche per questo, siamo costanti nella vicinanza.

Si condividono le cose, la vita, la politica. Ci sentiamo insieme responsabili, di loro e di noi, del mondo.

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Sono andata con Alberto, Caterina, Clelia, Simona, là ci aspettavano Virginia e Beatrice, poi ci ha raggiunto Fabio. Ci lega il filo dell’Associazione, con ruoli diversi. Colpiscono queste giovani donne in prima linea, Beatrice, di Trento è là da un anno, lavora con le imprese, le fiere, l’economia. Questo viaggio voleva aprire strade di lavoro: nella sanità con il progetto condiviso dal CUCI (Centro Universitario per la Cooperazione Internazionale) dell’Università di Parma e da CINECA di Bologna per una banca dati sui bisogni sanitari in Myanmar, e con la preparazione della ricerca sul campo di Caterina per un anno su disabilità e HIV; nell’economia con la presenza di imprese interessate; nella cultura con l’invito di Thant Zin Soe alla Fiera Internazionale del libro per ragazzi di Bologna; nella scuola con il rapporto con la scuola Lumbini di Ko Tar; nell’agricoltura con l’incontro con Thuzar che lavora con i contadini nei pressi di Mandalay. Tutto cresce.

Abbiamo avuto molti incontri, intessuto rapporti nuovi e consolidato i precedenti. Siamo stati con Phyu Phyu Thin, al suo Centro ormai finito, dai suoi 50 bambini. La sera, a Naypyidaw, una sera con la luna piena, siamo stati nella casa che condivide con i parlamentari. Casette di legno, poverissime. Ho incontrato parlamentari che avevo conosciuto in ottobre a Roma, abbiamo parlato del loro lavoro, delle loro difficoltà. Li ho incoraggiati. Di fronte a loro si capisce che vivono come il popolo che rappresentano. Penso a noi qui.

Siamo stati al Free Funeral Service, alla clinica del Dott. Myint Oo, abbiamo incontrato il Rettore dell’Università di Yangon, l’équipe delle cure palliative. Abbiamo incontrato Ohmar Mynt alla sede della Fondazione Daw Khin Kyi, molto affettuosa, disponibile. Il giorno dopo era a Naypyidaw a casa di Aung San Suu Kyi, con noi. Abbiamo incontrato il Ministro delle Costruzioni, il Segretario Permanente del Ministero della Sanità e quello del Ministero dell’Energia.

Siamo stati all’NLD da U Tin Oo, 90 anni appena compiuti, sempre giovane e positivo. Abbiamo visto diverse volte Ye Ko Naing, adesso lavora al ristorante di Novotel. Sta bene, pensa a Dubai e all’Italia. Naturalmente abbiamo visto Thura Tun, sua moglie e il suo bambino che si chiama Situ Giuseppe. L’abbiamo tenuto in braccio nella Pagoda Shwedagon.

Siamo stati a casa di U Ko Ni, l’avvocato di NLD assassinato il 29 gennaio, un colpo al cuore per Aung San Suu Kyi. Abbiamo parlato con la moglie e la figlia. Alcuni giorni prima i due coniugi avevano pensato di venire a Venezia…

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Alla morte di U Ko Ni non è seguita alcuna manifestazione, né parole. Per scelta, per evitare di raccogliere provocazioni. Aung San Suu Kyi ha parlato solo nel trigesimo, dicendo che è stata una grandissima perdita. Sanno che devono misurare ogni loro parola, ogni loro gesto. I militari sono ancora lì.

Abbiamo incontrato il Cardinale Charles Bo, sta preparando un Concilio delle Religioni per la riconciliazione e la pace per fine aprile, invitano anche i militari.

Una società molto viva, con problemi enormi, con la prospettiva di lavorare per l’unità, la pace, la ricostruzione.

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Siamo stati a incontrare Aung San Suu Kyi, a Naypyidaw, nella sua residenza che ormai conosciamo. Di nuovo, rispetto a dicembre, c’è un posto di blocco sulla strada, i poliziotti con giubbotti anti proiettile, la sbarra. Le ho chiesto della sua sicurezza, mi ha risposto sorridendo: stai tranquilla. Ma so che è sempre a rischio. Appena entrata, gli abbracci, le presentazioni, poi sedute, l’una di fronte all’altra. Ha esordito così: sono contenta che sei qui perché ti devo parlare. E ha condiviso con noi il problema dei media, anche internazionali, nel loro rapporto con la verità e con la responsabilità. Ha detto che si dovrebbero usare solo parole costruttive. Si capisce che sta ricostruendo l’unità del Paese, il suo principale obiettivo. Compresi i militari. Energica, combattiva, serena, amorevole. Ha parlato del Rapporto della Commissione presieduta da Kofi Annan, in uscita in quei giorni, sui mussulmani del Rakhine State. Lo ha definito costruttivo. Mi ha consegnato, ci ha consegnato questo messaggio: occorre agire e parlare con responsabilità. Ho condiviso. Quando un Paese è stato così provato dalla sofferenza, e non è ancora finita, bisognerebbe guardare a lui con rispetto. Sanare le ferite, non acuirle. E’ stato così in Sud Africa, Ruanda, Cile, Argentina. Anche da noi, del resto, dal 1945 al 1948 si è costruita la democrazia sulla base della riconciliazione. Il processo in atto è una grande strategia di libertà, progresso, democrazia ma c’è chi lavora contro Aung San Suu Kyi. Appena si annuncia il cessate il fuoco sui confini, i militari riprendono il conflitto. Le proteste nello Stato Mon sono state messe in atto da persone arrivate in camion da Yangon, pagate dai militari. Difficile in Myanmar che il Parlamento controlli l’esercito.

I cinesi nella zona di Mandalay favoriscono coltivazioni con sostanze chimiche per il bussines. Aung San Suu Kyi è circondata da fuochi, ma non è la prima volta. Tutto è stato difficile per lei, ma sta cambiando la storia del suo Paese. Chi ama la democrazia è con lei. Non ci stupisce che la resistenza continui, in altre forme. Solo chi ha lo sguardo superficiale non capisce. Di recente lei ha rilasciato una intervista alla BBC. Sottolinea i problemi ma incoraggia a guardare avanti. Solo con l’unità si possono risolvere.

Suu Kyi verrà in Italia il 3 e 4 maggio a Roma. Nel corso di un viaggio in Europa, toccherà molti Paesi. La vedrò di nuovo. Un’amicizia profonda che sostiene reciprocamente. Un mio desiderio? Portarla alla Fontana di Trevi. Temo che avrà ben altro a cui pensare.

Ci aspetta a dicembre, a Naypyidaw. Come ogni anno, ormai. Un’ amicizia per sempre.

Ha vinto le ultime elezioni suppletive, 8 seggi su 12, stanno prendendo piede i partiti etnici in alcune zone. Tutto il mondo è paese.

Siamo stati a cena all’Ambasciata Italiana, molto bravi, molto vicini alla Birmania. L’Ambasciatore Aliberti e il Vice Matteo D’Alonzo sono stati nel Rakhine State, nei campi rohingya.

Siamo stati a Bagan, e rientrati a Yangon con più di 10 ore di pulmino, dalle due e mezza del mattino. Abbiamo attraversato il Paese, ho visto la Birmania di notte, e l’arrivo dell’alba, e gli alberi fioriti, ovunque. Povertà ovunque, ma movimento e speranza.

Per Thant Zin Soe la Fiera del Libro è un grande successo. Per me un’emozione. Penso a Giuseppe, chissà cosa avrebbe fatto. So che sta lavorando ancora. Thant Zin è andato in una scuola di Parma e poi siamo stati a Roma. Ieri eravamo in Piazza San Pietro con il Papa. E con il mondo nel cuore. Una grande immersione nella cultura italiana, per noi la scoperta della creatività birmana.

L’amicizia con la Birmania si estende. Nelle settimane scorse siamo stati al Rotary di Bergamo chiamati dagli amici Roberto e Marisa, Angelo e Beniamino, e poi a Treviglio con Federico e Virginia al Teatro Nuovo, andremo anche a Castelfiorentino. La Birmania è vicina.

Cari Amici, tra poco è Pasqua. Il tempo della Risurrezione. E il 25 aprile, il tempo della liberazione. A Casa Cervi si prepara la grande festa. Perché diventi un tempo di responsabilità. Verrà Gentiloni.

Nei giorni scorsi ero a Salò dove è stata intitolata una scuola dell’infanzia ai Fratelli Cervi. Dopo i discorsi, le poesie, l’inno nazionale cantato dai piccolissimi, una bambina, Grace, forse tre anni, ha chiesto alla Maestra: arrivano i Fratelli Cervi?

Ho pensato che sì, arrivano, se li facciamo arrivare.

Martedì scorso a Reggio Emilia, al processo Aemilia, c’è stata la lunga testimonianza del Prefetto Antonella De Miro. Ha raccontato come la legge e lo Stato possono smascherare la ‘ndrangheta. Se solo lo vogliamo. Lei lo ha fatto, per tutti noi.

E’ sempre tempo di Resurrezione e di liberazione.

Vi auguro ogni bene. Salute e impegno, per cambiare il mondo. Come vediamo chi lo vuole tenere nella paura e nell’ingiustizia è molto al lavoro.

E noi?

Il 1 maggio sarò a Portella della Ginestra. Un calendario fitto, tra i Cervi e Aung San Suu Kyi. La memoria è ora.

Il 30 aprile ci saranno le primarie del PD. Un’altra tappa, sulla strada difficile dell’Italia democratica, dell’Europa che deve trovare la sua strada nel mondo. Voterò Orlando, per dare segno di unità.

Aung San Suu Kyi il 25 marzo ha inviato il suo messaggio di auguri all’UE, forse unico capo di stato al mondo. Ha ricordato l’unità dalle differenze, come in Myanmar. Tutto si tiene.

Buona Pasqua. Buon 25 aprile.

Con molto affetto

Albertina Soliani

L’avvocato U Ko Ni insignito del premio Shuman 2017

L’avvocato U Ko Ni insignito del premio Shuman 2017

In occasione del 60° anniversario dell’Unione Europea, l’ambasciatore UE Roland Kobia ha insignito tre personalità del Myanmar del Premio Shuman per il grande impegno nel promuovere i valori universali  della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, della legalità e del rispetto dei diritti umani che l’Unione Europea si impegna a diffondere nel mondo.

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Tra queste, alla memoria, il riconoscimento è andato anche all’avvocato U Ko Ni, assassinato il 29 gennaio di quest’anno, mentre tornava a Yangon da una missione all’estero.

Questa la motivazione del premio:

Il riconoscimento postumo all’avvocato esponente dell’NLD  U Ko Ni, assassinato all’Aeroporto di Yangon il 29 gennaio 2017, rende merito al suo grande impegno a favore delle riforme democratiche e ai suoi instancabili sforzi per promuovere la legalità e i diritti civili durante il processo di transizione. In quanto membro della comunità mussulmana del Myanmar, U Ko Ni si distinse anche per l’impegno verso il dialogo interreligioso e contro ogni discriminazione.

 

HEAL – NOT WOUND

HEAL – NOT WOUND

(Appello del Cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon per la fine della violenza e della guerra in Myanmar)

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Il Myanmar  sta attraversando uno dei momenti più dolorosi della sua storia.

 

Con le mani giunte, chiediamo a tutti: Cura. Non ferire!

La gente del Myanmar è profondamente turbata da quello che appare come un ripiombare nei giorni più bui.

Il Myanmar ha bisogno dell’attenzione del mondo per sostenere il suo fragile cammino verso la democrazia.

Tre recenti eventi hanno colpito maggiormente il popolo del Myanmar. Lo straziante rapporto pubblicato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani il 3 febbraio che ha generato un profondo turbamento. I rapporti delle Nazioni Unite sulle brutalità e su altre gravi violazioni dei diritti umani perpetrati dalle forze di sicurezza in un’area a nord di Maungdaw nello stato Rakhine.  Le descrizioni dell’Alto Commissariato ONU di barbarie e disumanità tali da non poterle neppure leggere e difficili persino da credere.

Negli ultimi cinque anni il Myanmar ha sperimentato molti cambiamenti positivi ed è diventato un paese più aperto.  Gli uomini e le donne del mio Paese vivono questo come un’alba di speranza.

L’apertura dell’economia e dei media, una democrazia che funziona, un trasferimento dei poteri nella tranquillità – tutto punta verso un Myanmar rinnovato fatto di sogni e speranze.

Preghiamo con fervore che tutto questo non diventi una falsa alba.  I mercanti di odio hanno dispiegato le loro ali.  L’odio contro quelli di differente razza e religione si va intensificando a livelli allarmanti.  Quello che sta avvenendo nello stato Rakhine va fermato una volta per tutte.

Con uguale profondità mi preoccupano le situazioni degli stati Kachin e Shan settentrionale, specialmente dopo l’arresto dei due pastori cristiani nel Kachin, Nawng Latt e Gam Seng, a Mong Ko, dopo il bombardamento di una chiesa cattolica.  Mi auguro che giustizia sia fatta e che siano rilasciati.  Prego anche per le centinaia di profughi a seguito delle recenti offensive militari nel nord del Myanmar.

Il tragico assassinio di U Ko Ni di una settimana fa rappresenta un altro passo indietro per il Myanmar e un colpo per le nostre speranze di pace e democrazia nel nostro paese.  Porgo le mie sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici e le mie preghiere per la sua famiglia e per tutti i suoi collaboratori, che proseguano nei suoi coraggiosi sforzi di riforma costituzionale, così necessaria per il Myanmar.

Chiedo al governo del Myanmar di porre fine all’offensiva militare contro i civili dello stato Rakhine.  Pace e giustizia sono possibili e questa è l’unica via.

Chiedo al governo del Myanmar di porre fine all’offensiva militare contro negli stati Kachin e Shan settentrionale

Chiedo al governo del Myanmar di consentire il libero accesso in ogni parte dello stato Rakhine, dello stato Kachin e dello stato Shan settentrionale, alle agenzie internazionali di aiuto umanitario e agli osservatori dei diritti umani.

Chiedo al governo del Myanmar di lavorare insieme alla comunità internazionale per investigare sui crimini riportati dalle Nazioni Unite, in modo totalmente indipendente che porti a verità e giustizia.

Mi appello alla comunità internazionale affinché vigili. Voi avete dato il benvenuto ai cambiamenti positivi.  Il popolo del Myanmar cerca pace e cambiamento in meglio. I mercanti d’odio che vivono del sangue versato dal fratello contro il fratello sono ancora attivi. Il Myanmar ha bisogno che la comunità internazionale dia ogni supporto all’attuale governo democratico, avendo chiara consapevolezza che la violenza contro qualsiasi popolazione non è accettabile.

Offro le mie preghiere e la mia solidarietà a tutto il Myanmar, ma specialmente in questo momento, allo stato Rakhine, allo stato Kachin e allo stato Shan settentrionale, a chi è in lutto, vulnerabile, impaurito, senza casa, affamato, malato e a tutti gli orfani e alle vedove, alle vittime di rapimenti e torture.

Che il devastante rapporto delle Nazioni Unite serva per dare una sveglia a tutti noi.

Lavoriamo insieme per cancellare nella nostra nazione la violenza e il terrore, per costruire un Myanmar in cui ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, di ogni razza e religione, nato sul suolo del Myanmar sia riconosciuto come nostro concittadino e come fratello e sorella nell’umanità.

Costruiamo un Myanmar in cui la speranza non sia un’illusione, in cui ci si possa dare la mano, senza guardare all’etnia o alla religione, in pace e solidarietà.  Mi impegno nel rinnovare i miei sforzi per questo fine e tendo le mani a tutti i miei fratelli e sorelle di ogni razza o religione, perché si uniscano a me.  Pace e giustizia sono possibili. Il 2017 è stato dichiarato dalla Chiesa cattolica “anno di pace”.

Proseguiamo insieme il pellegrinaggio verso la pace.  Mai più la guerra.

Charles Cardinal Maung Bo

Archbishop of Yangon

7 February, 2017

 

L’ASSASSINIO DELL’AVVOCATO KO NI. DICHIARAZIONE DI ALBERTINA SOLIANI

L’ASSASSINIO DELL’AVVOCATO KO NI. DICHIARAZIONE DI ALBERTINA SOLIANI

“La notizia dell’assassinio avvenuto stamattina a Yangon di U Ko Ni, l’avvocato da anni stretto collaboratore di Aung San Suu Kyi,ci addolora e rivela al mondo la sfida difficilissima della democrazia in Birmania. U Ko Ni era appena uscito dall’aeroporto di Yangon di ritorno da una missione in Indonesia insieme con il Ministro della Cultura, per trattare le questioni relative ai mussulmani. U Ko Ni era mussulmano. Noi l’abbiamo conosciuto due anni fa, in una riunione con gli avvocati della Lega Nazionale per la Democrazia nel corso del nostro viaggio di amicizia. Una persona pacata, intelligente,ci aveva colpito per la sua capacità di dialogo e mediazione. Aveva lavorato a lungo sul cambiamento della Costituzione. Il suo assassinio rivela oscure volontà di pressione e condizionamento su Aung San Suu Kyi, eliminando i suoi più stretti collaboratori e tentando di alimentare i conflitti tra buddisti e mussulmani. Ho mandato ad Aung San Suu Kyi un messaggio di grande vicinanza e di sostegno in questo momento difficile da parte degli amici di Parma. Questa mattina a Roma ho incontrato il Card. Charles Bo e mi ha informato che in aprile gli esponenti delle diverse religioni si riuniranno in una Conferenza nazionale per la riconciliazione e la pace. Non sapevamo ancora dell’uccisione di U Ko Ni. Sostenere Aung San Suu Kyi e’ fondamentale per la democrazia in Birmania, contro ogni tentativo di destabilizzazione.

L’ASSASSINIO DELL’AVVOCATO KO NI

L’ASSASSINIO DELL’AVVOCATO KO NI

In una dichiarazione rilasciata subito dopo l’assassinio dell’avvocato Ko Ni, avvenuto domenica 29 gennaio all’aeroporto di Yangon, l’LND descrive Ko Ni come un elemento chiave dell’entourage di Aung San Suu Kyi, definendolo “insostituibile”.

La dichiarazione si conclude con queste parole: “Denunciamo con forza questo assassinio come un atto terroristico rivolto contro la politica dell’LND.”

In questa intervista del 1 febbraio 2016, ad un mese dall’insediamento del nuovo governo del Myanmar, uscito dalle elezioni del novembre 2015, l’avvocato Ko Ni spiega come i comandi militari detengano di fatto il governo di tutti gli aspetti della vita civile del paese.

A livello istituzionale lo strumento principale che consente ai generali di tenere sotto controllo l’intera Birmania è il General Administration Department (GAD) che rappresenta la spina dorsale dell’amministrazione locale di tutto il territorio. Il GAD ricade sotto il Ministero per gli Affari Interni che, a norma della Costituzione, è diretto da un generale dell’esercito.

Il GAD è in grado di penetrare ad ogni livello: da quello statale a quello regionale e giù, giù, fino ai singoli villaggi.

Istituito nel 1972, il GAD garantisce al comandante delle forze armate il controllo diretto, centralizzato su tutti gli organi di governo, fino ai livelli più bassi.  Questo meccanismo pone l’interrogativo se la Lega Nazionale per la Democrazia riuscirà ad avere un effettivo controllo sulla macchina governativa.

 

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Question: What needs to be done to address the decades-old problem of bad governance in Myanmar?

Answer: The former military leader Ne Win formulated a general administration system that is controlled by a single government agency (the GAD). All the 14 states and regions’ civil services are under the management of Ministry of Home Affairs. The same practice was kept up by the military government after the 1988 coup.

In accordance with the 2008 Constitution, there are 15 governments – the central government and the 14 state and region governments. It is a seemingly liberal administration system for respective states and regions without obvious controls of the central government.

But actually the whole country is administered by the General Administration Department and the Myanmar Police Force, which are under the Ministry of Home Affairs. Its minister is appointed by the military chief. So, all the levels of the administration system are under the authority of the military chief.

Q: There are elected officials in some of the local government units, such as on village level, working alongside the GAD, but it seems the GAD handles most of the governing and has the most authority. Is that correct? 

A: Yes, this is a highly centralised system of government. Actually, the state and region parliaments elect their government members and have their own chief ministers (appointed by the president).

States and regions should be able to appoint their civil service staff, as well as police members. And then they would not have to depend on the central government and could control a lot of administration processes. Their respective ministries could find budget for their own government.

But as the central government is currently taking power on these processes (through the GAD), the (state and regions’) local ministries have no authority in their own areas.

Q: What should the new government do with regards to reforming the GAD if it wants to create a real federal union?

A: Most of the military members, the government and our NLD party now want to develop our country with a federal administration system. In doing so, the whole administration system must be changed. The control of General Administration Department on all the government procedures is contrary to the federal system and should be abolished.

Q: Some say at least parts of the 2008 Constitution meet the norms of a federal system. Is that right?

A: It cannot be said the 2008 Constitution has some norms of a federal system. It completely lacks federal practices. It is just a fake ‘federal constitution’ because it does not grant full authority of administration to state and regional governments.

The Constitution said the local governments are responsible for supporting the central government’s efforts to ensure peace and rule of law. In fact, (in case of a federal union) the central government must not intervene in the administration of local governments at all. But the central government now has full authority over the whole country and the local government lacks real power.

Il popolo Rohingya: interviene Albertina Soliani

Il popolo Rohingya: interviene Albertina Soliani

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Mentre insieme all’Associazione per l’Amicizia Italia-Birmania Giuseppe Malpeli rendevamo visita ad Aung San Suu Kyi, nel mondo si discuteva sui suoi comportamenti a proposito della minoranza mussulmana nel Rakhine State. Nel corso del nostro incontro, nella sua residenza a Naypyidaw,la capitale politica, con una accoglienza molto affettuosa, resa pubblica su giornali e TV, io ho parlato riservatamente con lei del problema. Ha ragione il signor Arvedi nella conclusione della sua lettera: “Sarebbe il colmo che una perseguitata divenuta un simbolo nel mondo per le ingiustizie subite, una volta raggiunto il potere diventasse a sua volta persecutrice…”.Si’, c’è qualcosa che non torna. Perché non si vuole vedere il cambiamento che con Aung San Suu Kyi sta avvenendo? A fine agosto ha riunito tutte le etnie, comprese quelle in conflitto, nella grande Conferenza di Pace e di Riconciliazione nazionale di 1800 persone. Questo il suo orizzonte politico. Poche settimane fa ha chiamato nella capitale i Ministri degli Esteri del Sud Est Asiatico (ASEAN), comprese Malesia e Indonesia a maggioranza mussulmana, per discutere del problema dei Rohingya. Appena insediata ha costituito la Commissione di investigazione chiamando a presiederla Kofi Annan, già Segretario Generale dell’ONU. Nello stesso giorno in cui eravamo da Lei ha presieduto la riunione della stessa Commissione che ha presentato un primo parziale Rapporto sulla situazione. Ne hanno dato ampia notizia i giornali birmani nella stessa pagina in cui si parlava della nostra visita. Metodo democratico, discussione pubblica, trasparenza, internazionalizzazione del problema. Così Aung San Suu Kyi lo sta affrontando. La lettera dei Premi Nobel e delle altre personalità che nei giorni scorsi hanno scritto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU perché assuma il problema, va nella stessa direzione. Aung San Suu Kyi sa che per risolvere il gravissimo problema dei Rohingya serve l’aiuto di molti. Ma i media insistono, battono su un solo tasto: lei deve parlare, ne va della sua credibilità. In verità ha sempre parlato, ha sempre detto che solo con la democrazia il problema si può risolvere. Un problema che viene da lontano, difficile risolverlo in pochi giorni. Al tempo della campagna elettorale era accusata di essere mussulmana, perché non parlava contro di loro. Aung San Suu Kyi ha ben presenti le sofferenze dei mussulmani in Birmania, e i difficili equilibri dalla sua nazione. Se non parla, come vorrebbe l’occidente, forse è per non aggravare la situazione. Ogni parola pesa, e può accendere il fuoco. I militari sono parte del conflitto. Non solo sono attivi in quel territorio e in altre parti, occupano un ruolo, previsto dalla Costituzione da loro voluta, tuttora rilevante nel potere politico: tre ministri nel governo, alla difesa, all’interno, alle frontiere, uno dei tre vicepresidenti della Repubblica, il 25% dei parlamentari. L’equilibrio della democrazia appena iniziata non è ancora consolidato. Ci vuole poco da quelle parti in Asia a pensare a un colpo di stato. Indebolire Aung San Suu Kyi, isolarla sul piano internazionale sarebbe molto rischioso per la Birmania. O si vuole proprio questo? E perché? forse per impedirle di portare il suo Paese sulla via di uno sviluppo democratico non sottomesso del tutto al mercato? Lo aveva detto nel corso della sua ultima visita in Cina: non pensa che la Birmania seguirà la via degli altri Paesi asiatici per il proprio sviluppo. I media sono spesso a servizio di grandi interessi economici, oltre che dell’opinione pubblica. Oggi le notizie sono strumento potente di azione politica, anche di falsificazioni. Al Jazeera sta indagando sulla provenienza sospetta di video, filmati da militari, che riguardano la persecuzione dei Rohingya. Forse grandi poteri economici internazionali vogliono intimidire Aung San Suu Kyi, attaccandola sul terreno più insidioso, la sua credibilità sui diritti umani? Come si può pensare, dopo quello che ha vissuto, che abbia paura dei problemi, che non voglia affrontarli, addirittura che sia complice della persecuzione? Forse sottovalutiamo la gravità della situazione, forse i media non indagano a fondo. Verità e politica è un rapporto esigente. Per risolvere i problemi, non soltanto per descriverli. Aung San Suu Kyi fa leva sul mantenimento della democrazia, sulla stabilità del suo Paese senza i quali tutto arretra, compresa la situazione dei Rohingya. Un problema che esisteva già al tempo del regime militare ma che nessuno ha sollevato, tra quanti nel mondo erano impegnati a fare affari con la giunta al potere. Aung San Suu Kyi ha bisogno di molto sostegno internazionale. Noi continueremo ad essere con lei, oggi come ieri quando da sola sfidava i militari. Mentre il mondo è scosso dal vento della paura, che lei avverte con lucidità anche su di sé. Anche contro questo vento oggi deve resistere. Tornerò presto in Birmania, con progetti di collaborazione per la scuola, la sanità, lo sviluppo economico, l’agricoltura, per la democrazia che sta affrontando rischi e insidie, insieme a storiche opportunità. Il popolo birmano spalanca le porte per la grande ricostruzione, ha fiducia nella sua leader. Noi siamo accanto ad Aung San Suu Kyi e al suo popolo, con l’amicizia che dà forza a lei e a noi. Per affrontare con fiducia enormi problemi, compreso quello dei Rohingya.

                                                                   Albertina Soliani

ALBERTINA SOLIANI RACCONTA IL VIAGGIO IN BIRMANIA

ALBERTINA SOLIANI RACCONTA IL VIAGGIO IN BIRMANIA

Tornata dalla Birmania, desidero dirvi che cosa è stato questo viaggio. Non solo un altro tratto di strada dell’Associazione per l’Amicizia Italia – Birmania Giuseppe Malpeli, ma ci siamo trovati come ad una svolta.

Il panorama è ancora più vasto.

Ci hanno accolti come amici che sono con loro nella nuova fase di ricostruzione, Aung San Suu Kyi ha fatto dell’incontro con noi non solo un’accoglienza del cuore ma un evento pubblico e politico, abbiamo vissuto insieme le critiche che dal mondo arrivano a lei sulla questione dolorosa dei Rohingya.

Eravamo in 36 più Thura Tun e Martin Tee, carissima guida, cattolico. Un gruppo molto affiatato e unito, con persone di differente età e provenienza, consapevoli dell’esperienza speciale che stavamo vivendo.

Un’emozione continua, tra noi, nei luoghi, negli incontri, sul pullman.

Le nostre tappe sono state Rangoon, Bagan, Mandalay, il Lago Inle, e per la prima volta Naypyidaw, la surreale capitale politica. Aerei interni e pullman ci hanno trasportato. Alla partenza a Bologna incontriamo Riccardo Muti e sua moglie Cristina, li ritroviamo a Dubai. Gli diciamo che andiamo da Aung San Suu Kyi, l’ammirano. Che ci prepariamo a cantarle La Vergine degli Angeli, dopo che due anni fa le abbiamo cantato Va Pensiero. Muti ci dice come si deve cantare Va’ Pensiero, “lento, grave”, ci parla del Club dei 27. Li ritroveremo al rientro a Bologna, riposati, diciamo loro del nostro incontro con lei.

Il primo giorno dimentico la mia borsetta al Bogyoke Market.

C’è dentro tutta la mia vita, dai documenti ai soldi alle medicine. Torniamo dopo un’ora e incontriamo l’onestà e la gentilezza dei Birmani. La negoziante l’ha consegnata alla polizia di quartiere, hanno guardato e preso nota di tutto, me la riconsegnano e fanno foto. Virginia piange pensando al cambiamento rispetto a prima. Lo racconterò poi a Suu Kyi. A Rangoon partecipiamo alla festa dei Karen, impariamo cos’è un’etnia, moltissimi giovani, tutti cordiali e sorridenti.

La bellezza, la povertà dei luoghi, dove andiamo ci restano nel cuore.

Incontriamo ovunque italiani, a cena con il consigliere Matteo D’Alonzo e sua moglie Ulyana dell’Ambasciata Italiana, e poi con Wendy e John, lei è scrittrice birmana che vive a Londra, rientra dopo 25 anni a presentare un suo libro. A Mandalay incontriamo Thuzar, lavora con i contadini; stiamo preparando un progetto di collaborazione con loro.

Impariamo molte cose, il risveglio di questo popolo, il loro slancio verso il futuro.

Povertà e telefonini ovunque. Nel gruppo ci sono insegnanti, avvocati, ingegneri, imprenditori, manager, alcuni giovani, ciascuno interessato a capire come dare una mano. L’Associazione oggi lavora anche per lo sviluppo e per la democrazia. L’amicizia condivide la vita e la storia.

L’incontro con Aung San Suu Kyi è molto intenso. A Naypyidaw, la capitale nuova della politica e delle istituzioni. Per la prima volta ci vanno turisti. Arriviamo da lei in ritardo, le strade tutte uguali ci confondono, il cibo si raffredda… Siamo nella sua residenza, per la prima volta nel prato hanno attrezzato gazebo, ci sediamo per il brunch. Lei è con noi, passa per i tavoli, parla con tutti. Il cibo è quello tipico della Birmania, che abbiamo attraversato, il The dello Stato Shan E’ l’inizio del nuovo anno, dopo il primo della democrazia, è la vigilia della festa dell’Indipendenza nazionale. La bandiera del Myanmar è sul pennone. Nel prato, attorno a lei, dico la grande preghiera di benedizione “Il Signore ti benedica e ti custodisca….” (dal libro dei Numeri).

Gliela avevo scritta una volta, Virginia traduce, lei dice: “lascia stare, la conosco meglio di te”.

Le doniamo cose varie, oltre alle rose che porta Sara Mirone, la più giovane. C’è Ye Ko con noi, le dà il diploma conseguito ad ALMA. Poi il libro di foto della Deposizione di Benedetto Antelami nella Cattedrale di Parma, che ha visto; un panettone, quello di Gatti di Tabiano, di cui una volta avevamo parlato, un cd di musica dei giovani di Treviglio, una scatola di cioccolatini che le piacciono, il foulard del Club dei 27 che rigira con interesse, la spilla delle Verdissime che mi chiede di appuntarle, una punta di parmigiano di Gennari, sementi per l’orto, un simbolico diamante portacarte, una lettera degli studenti di Tizzano, miei Cd di musica classica (con Muti). Ci mettiamo meglio a semicerchio, Francesca Mariani dirige, Federico attacca con il flauto traverso, le cantiamo la Vergine degli Angeli da La forza del destino. Difficile, dice lei. Stupita, tutti commossi, si piange. Esce con forza “E ti protegga”.

Attraversiamo il prato, ci porta nell’ingresso della sua casa. Molte piante di beda, il giacinto d’acqua, il suo fiore preferito, indica resistenza e bellezza, qualcuna è venuta a casa con noi dal Lago Inle. C’è una teca con molte statuette di pavone, regalate a lei. Il simbolo della sua battaglia politica.

Tra queste la targa della nostra Associazione, con il nome di Giuseppe Malpeli accanto al pavone. Giuseppe è lì, per sempre.

Giuseppe è con noi, credo felicissimo. Nel suo soggiorno, sola con lei, con Guido che traduce, ci diciamo cose importanti. Le parlo della lettera dei Premi Nobel sul problema dei Rohingya indirizzata all’Onu in quelle ore.

Alla fine mi accompagna davanti ai microfoni di giornali e tv che ha voluto presenti. Parlo, con lei accanto, sottobraccio. La sera il Tg trasmette, per circa 4 minuti. Lei ha voluto che fosse pubblica la nostra amicizia. I giornali ne parlano, il giorno dopo, nella stessa pagina in cui pubblicano il primo Rapporto sui Rohingya. Nel pomeriggio andiamo a visitare il Parlamento, con una delegazione, incontriamo U Win Myint, il Presidente della Camera Bassa. L’incontro e la collaborazione con l’Italia continua.

Il giorno dopo, a Rangoon, incontriamo U Tin Oo nella sede dell’NLD, lo intervistiamo sulla situazione. “Venite, aiutateci, investite”. Incontriamo anche Phyu Phyu Thin, We We, Ko Jazar, Ko Tar. Progetti di lavoro anche con loro. Incontro nel grande monastero di Mandalay il caro amico Gerardo. A Rangoon andiamo nel Monastero che ospita centinaia di bambini, dai luoghi dei conflitti. Li sosteniamo.

A pranzo siamo da Charles Bo, il Cardinale Primate della Chiesa Cattolica, 1,3%. Ci dice: “Pregiamo perché Aung San Suu Kyi stia in salute”. Il 1 gennaio nella Cattedrale di Mandalay, dopo la Messa, abbiamo ascoltato il suo Messaggio per la pace.

Continueremo il sostegno ad Aung San Suu Kyi e al suo popolo.

Molte cose sono in cantiere. Vi diremo. Penso che tornerò là presto. Con i più giovani, anche lei cerca di preparare una classe dirigente più giovane.

La forza di Aung San Suu Kyi, la forza del suo popolo, la forza della democrazia. Questo il cardine su cui si regge il futuro democratico della Birmania. Che a sfide enormi, storiche opportunità, e ancora rischi, come si può immaginare. L’esercito è sempre lì, in ruoli chiave, e dentro i conflitti sui confini.

Tornati, in tanti ci chiedono. La stampa spesso sta in superficie, le semplificazioni ci addolorano, la resistenza con lei continua.

Il giorno dopo mi immergo all’ Istituto Cervi. Il 7 gennaio viene a Reggio per il Tricolore il Presidente Mattarella, e al pomeriggio è a Casa Cervi in visita privata. Gli dico: “Metto nelle tue mani l’eredità dei 7 fratelli Cervi, ti dia forza per affrontare i problemi del presente, loro ne hanno affrontati di ben più gravi, quando ogni speranza sembrava perduta, non si sono arresi”.

Lui ha scritto sul registro d’onore: “In questo luogo il ricordo e la riconoscenza si fondono con la speranza per il futuro del nostro Paese”.

Italia e Birmania, un destino per me, e per molti di noi.