Dopo il viaggio sui confini Thailandia/Myanmar | 16-28 marzo 2026
Dopo il viaggio sui confini
Thailandia/Myanmar
16-28 marzo 2026
I confini sono un luogo che separa un paese dall’altro. Allontana dal pericolo, apre alla salvezza.
I confini separano e uniscono. Sono una terra di transito, ma anche di sosta, a volte per decenni.
Sui confini si incontrano i rifugiati, si mescolano con le persone del posto.
I confini sono anche ponti.
È come il cammino dell’Esodo, verso la terra promessa, la Repubblica del Myanmar democratica e federale.
Sul confine tra Myanmar e Thailandia, lungo più di duemila chilometri, vive il dramma del popolo del Myanmar, incatenato dal 2021 da un colpo di stato dei militari che ha soffocato la nascente democrazia guidata da Aung San Suu Kyi. Sono almeno centomila i rifugiati birmani sul confine, in gran parte nei 9 campi.
Siamo stati lì nel marzo scorso, otto amici dell’Associazione per l’Amicizia Italia Birmania “Giuseppe Malpeli”. Siamo andati per conoscere, condividere, sostenere. Nel segno dell’amicizia, storica per alcuni, più recente per altri, che aiuta a sperare nel futuro. Non li lasceremo soli.
Sul confine c’è l’eco di un Paese che resiste. Grande due volte e mezzo l’Italia, con 55 milioni di abitanti. Con i suoi parlamentari perseguitati (CRPH), il governo di opposizione (NUG), i gruppi etnici con i loro governi, la forza militare dei ribelli (PDF), con la loro attesa di attenzione e sostegno da parte della comunità internazionale.
Un’esperienza di diplomazia civile, la nostra, vissuta dalle persone con l’idea che è possibile anticipare dal basso democrazia e solidarietà. Si costruisce anche così la pace. Ricorda la costruzione di una cattedrale, che dura decenni e attraversa i secoli.
Il popolo resiste. Circa il 70% del territorio è liberato dai gruppi etnici armati e dal PDF, mentre i militari controllano le tre grandi città: Yangon, Naypyidaw, Mandalay. Negli ultimi mesi l’esercito ha ripreso alcune località, la situazione è in stallo. La differenza la fanno i droni, anche di ultima generazione. L’esercito acquista le armi dalla Russia e Bielorussia. La resistenza è più povera. La Cina sostiene i militari, ma sa che non controlleranno il Paese, già al collasso economico, e cerca una maggiore stabilità. Gli aiuti umanitari non arrivano, manca anche l’acqua potabile.
Questo è il Myanmar, oggi, dentro i confini. Di questo si parla sui confini, e si agisce da qui per cambiare le cose.
Siamo andati con un gruppo di società civile, nel viaggio che ci ha portato a Bangkok, Chiang Mai, Mae Sot.
Abbiamo incontrato la storia di oggi, gli amici di lunga data e i più giovani, oggi impegnati nella rivoluzione di primavera. La loro rivoluzione.
A Bangkok abbiamo incontrato subito un amico, Massimo Riva, lavora nella cooperazione internazionale, specialmente per il Myanmar. È piemontese, come Padre Paolo Abbona, il missionario che da Monchiero è andato in Birmania alla metà dell’Ottocento ed è diventato consigliere e amico del re Mindon. Grande diplomazia civile, la sua.
Massimo, in hotel, ci fa il quadro della situazione. Disperata: centomila morti a causa del golpe, più di tre milioni gli sfollati, sedici milioni attendono aiuti umanitari. Bombardamenti continui, interessi cinesi con oleodotti, diga di Myitsone, la Belt and Road. Tra militari e resistenza, il Myanmar è una priorità geopolitica. E ci sono le terre rare, anche dagli USA sono interessati. E la Russia mira a un porto nel Golfo del Bengala. Entriamo nei dettagli, i conflitti bisogna conoscerli.
A Bangkok incontriamo l’Ambasciata UE in Thailandia, grande luogo di osservazione. La guidano tre donne italiane, si sente l’energia.
L’Europa c’è, anche con progetti di aiuti umanitari per i rifugiati sul confine. La Thailandia non ha ancora riconosciuto la Convenzione per loro. Nei giorni successivi, a Mae Sot, visiteremo la Clinica Mae Tao, di Chintya Maung. Stanno elaborando con le autorità thailandesi il Piano Sanitario del confine: una scelta strategica per una realtà complessa che non è fatta solo di malattie, ma di disagio, insicurezza, mancanza di documenti, di lavoro, di prospettiva. La sanità sul confine è un capitolo nuovo delle politiche pubbliche. Alla Mae Tao Clinic hanno avviato un laboratorio di protesi per gli amputati dalle mine. La nostra amica Anna Mazzucchi, neurologa, con Maria Pia, fisioterapista, ha già avviato corsi di formazione on line per volontari. Ne stanno chiedendo altri, fin nelle zone centrali del Myanmar.
A Chiang Mai incontriamo chi si occupa dei prigionieri politici, dei combattenti, dei feriti. Con pochi mezzi ma con tanta umanità. La storia dei prigionieri politici, delle torture è agghiacciante. Ci parlano dei bigliettini abbandonati sul tragitto tra il carcere e il tribunale per mandare notizie. Come dai treni dei deportati, in Europa, novanta anni fa.
Non si sanno queste cose nel mondo, una volta c’erano i tribunali internazionali. Secoli di civiltà giuridica non sono serviti a proteggere la popolazione del Myanmar, e altre nel mondo, in questo inizio del XXI secolo.
La pressione della comunità internazionale sarebbe così necessaria.
Incontriamo Robert, con i suoi amici amputati e feriti in un casolare di campagna, le galline razzolano intorno. Vivono di donazioni, scarse. Arriviamo verso l’ora di cena, vediamo le ciotole di riso. È sereno, ci racconta la sua storia. Ha meno di trent’anni, è entrato nella resistenza non potendo sopportare la violenza dei militari, è rimasto ferito al volto per lo scoppio di un bazooka. Vedo un piccolo pianoforte in un angolo, incredibile in quel luogo. Gli chiedo, ci suona un pezzo prima di salutarci.
A Chiang Mai incontriamo anche Alessandro Caselli, di Parma, funzionario ONU per il Myanmar. Un amico, anche di Giuseppe. Tutto si tiene.
Ci parla degli aiuti, delle difficoltà, delle sofferenze. Dice che l’Italia lì non ha comandato, quindi oggi è libera di esserci.
Ho letto, in quei giorni, con sorpresa, che a Chiang Mai la presenza di molti birmani rifugiati, professionisti e dinamici, sta aumentando il PIL della città. Con l’Università di Chiang Mai l’Università di Parma sta sottoscrivendo un protocollo di collaborazione, avviato nel viaggio precedente.
A Chiang Mai si trovano i rappresentati del NUG e del governo dello Stato Karenni. Li incontriamo tutti, a lungo, con grande amicizia. Sentiamo un cambio di passo rispetto a un anno fa, grande maturità politica, fiducia nel futuro, vinceranno, non importa se saranno i loro figli a vedere il tempo nuovo.
Attendono una dichiarazione pubblica per l’unità delle forze della resistenza. Arriverà il 30 marzo, quando noi siamo appena rientrati.
Parliamo di Aung San Suu Kyi, di come resti di ispirazione per tutti, del suo ruolo insostituibile. Pensano che sarà sempre una fonte di suggerimento per il nuovo governo democratico.
Sapevamo di muoverci in un ambiente anche insidioso, con la presenza di spie. In diverse occasioni abbiamo adottato prudenze necessarie. Il conflitto arriva anche lì, anche questo fa parte del luogo di confine.
Con il governo Karenni incontriamo amici di Martin, di Demoso. La vita e la storia sono la stessa cosa. Incontriamo anche chi organizza la scuola New Horizon, forma i giovani anche con l’uso dei computer che manda Virginia. Martin ha lavorato fino agli ultimi giorni della sua vita, a Casalpusterlengo, per questo.
Incontriamo in hotel i rappresentanti della Third Story Project, che pubblicano libri per ragazzi. Miriam e Isabella, dell’editrice italiana Terre di mezzo, studiano come collaborare con loro.
A Mae Sot siamo come a casa. Qui Andrea ci ha vissuto e lavorato. Ricordiamo che lì ha lavorato anche Clelia, ed è passato Giuseppe.
Incontriamo rappresentanti dei parlamentari in esilio, ed anche la nostra amica PPT, parlamentare. Oggi è comandante di un battaglione di resistenza.
Incontriamo le donne, attiviste, ex parlamentari. Organizzano il lavoro con le donne, dentro i confini, in Myanmar, per le comunità. Con i telefonini. Parlano dei loro progetti per il lavoro, la salute, le scuole, e parlano della Cina, parlano di politica. Nel documento del nuovo Consiglio che unisce le forze della resistenza si parla di tre pilastri: l’unità dei resistenti, il coinvolgimento del popolo, le donne. Una democrazia autentica, dal basso, con le donne in testa ai cambiamenti.
Incontriamo i missionari saveriani, al km 48. Padre Mattia, Erasto, messicano, e Padre Alessio. Con loro vediamo giovani internazionali, è una rete straordinaria di formazione.
Padre Alessio ha organizzato da solo laboratori per adolescenti birmani sul confine, uno di meccanica e uno di galline ovaiole.
A Mae Sot siamo davvero sul confine. Ci camminiamo sopra, davanti alle bancarelle di là dalla barriera e dal filo spinato. Ma il confine è labile. Sui monti abbiamo raggiunto un ruscello, quello è il confine. Nessun militare in giro, nei pressi solo un gruppo di giovani monaci. Nel ruscello c’è una passerella di sassi, chi vuole ci prova ed è in Birmania.
Nelle conversazioni qualcuno ci fa capire che cerca una prospettiva migliore, potrebbe venire in Italia?
Il confine ci consegna una grande sofferenza e precarietà, e insieme la tenacia di giovani e meno giovani nella resistenza. Si attendono qualcosa dalla comunità internazionale, è questa la consegna più importante del viaggio: il mondo sa di noi? Dov’è la condanna senza sconti dei militari? Dov’è il sostegno di ASEAN, UE, ONU all’intero popolo del Myanmar?
Da una collina, nei pressi di Mae Sot abbiamo intravisto un villaggio-città in Birmania con gli edifici dai tetti rossi: è una “scam city”, il luogo dei giochi d’azzardo, della corruzione e della schiavitù che gruppi criminali organizzano su quei confini. Cose che preoccupano la Cina, gli Stati Uniti, e i Paesi coinvolti dai traffici sul web.
Siamo testimoni delle sfide di oggi, chiamati in causa sul piano morale, civile, politico.
Incontriamo a Mae Sot iniziative straordinarie: il Centro Kick-Start-Art che lavora con l’arte terapia nei campi profughi, e l’Associazione che assiste i prigionieri politici e i loro familiari (AAPP). L’Associazione ha allestito un Museo, anche virtuale, della resistenza, per conservare la memoria. Riflettono sulla giustizia transizionale, riparativa, per il dopo conflitto.
Lasciamo Mae Sot e torniamo a Bangkok. Torniamo all’Ambasciata UE, ci aspettano. Per sapere da noi. Così si lavora.
Incontriamo anche l’Ambasciatore italiano in Myanmar, Nicolò Tassoni Estense. Innamorato del Paese, un grande amico del popolo del Myanmar, un orgoglio per l’Italia.
A Bangkok ci immergiamo nella città, quella antica dei templi l’avevamo vista un pò il primo giorno. Ma il Palazzo Reale dal battello sul fiume, la sera, è un incanto. Intorno i grattacieli, una foresta: con Gucci, Armani, Louis Vuitton, e molte luci. Una città di 18 milioni di abitanti, 30 quartieri di 2 milioni ciascuno, Milano sarebbe uno di quelli. Nello smog.
La popolazione per metà è giovane. Al rientro a Parma percepisco la differenza guardando la gente per strada.
È in questa città, l’ultimo giorno prima della partenza, che incontriamo l’architetto italiano Stefano Rabolli Pansera. Cercate su internet. In una fabbrica dismessa di Chinatown organizza eventi di arte contemporanea. Molto creativi. L’arte “addomestica il luogo”. Gli chiedo perché lì, a Milano e in Europa non ha trovato ascolto? Mi risponde: “l’Occidente è un cimitero”.
Ho ricordato Giuseppe, che in una telefonata dall’India, anni prima, mi aveva detto: “da qui l’Europa mi sembra una grande casa di riposo”.
In Thailandia ci ha raggiunto l’eco della guerra appena scoppiata contro l’Iran. File di auto e camion ai distributori, e la minaccia di razionare l’aria condizionata. Con 38 gradi.
Tutto si tiene. Un altro mondo è possibile, facciamolo.
A Bangkok siamo stati anche alla sede di Alma, la scuola internazionale di cucina di Colorno. Cucina italiana e asiatica, cuochi italiani, studenti da tutta l’Asia, con aria e cultura di casa nostra.
Siamo andati, fuori Bangkok, a incontrare suor Angela Bertelli, saveriana. Ha aperto la Casa degli Angeli per bambini disabili. Una grande storia, l’umanità come bussola.
E alla Nunziatura del Vaticano a Bangkok abbiamo incontrato il Nunzio Mons. Peter Wells, americano. La Chiesa cattolica è piccola in Asia. Vive con i buddhisti, i musulmani, gli evangelici, gli induisti, gli armeni, gli ebrei e altre religioni. Molto attento al contesto, il Nunzio è stato con il suo collaboratore nei campi profughi sul confine. Ha detto: “era la festa della Cresima, non ho visto nessun sorriso”. Mi ha chiesto di tornare.
Il nostro dialogo con gli amici del Myanmar e sul confine continua.
Abbiamo saputo in questi giorni che il materiale sanitario inviato dall’Ospedale di Parma e dal Poliambulatorio Dalla Rosa Prati è arrivato sano e salvo dentro i confini.
La casa editrice italiana Terre di mezzo collaborerà con Third Story Project per distribuire i libri ai bambini birmani rifugiati.
Il 30 aprile scorso, in commemorazione della luna piena di Kason del 1388, Aung San Suu Kyi è stata trasferita dal carcere di Naypyidaw ad un’abitazione designata per scontare la pena residua. Così il comunicato della Giunta militare. Non ci sono altre prove.
Il 10 maggio a Bologna abbiamo vissuto una grande giornata con la comunità birmana in Italia nel segno delle tradizioni culturali, della fiducia nel futuro, della richiesta di liberazione per Aung San Suu Kyi e tutti i prigionieri politici. “Teniamoci stretti per mano”, così il messaggio. Con la presenza di moltissimi studenti birmani da ogni parte d’Italia.
Mentre l’orizzonte della storia sembra dominato dalla legge della forza, della violenza, del potere, in altre parti si lavora nel segno dei valori universali, dello spirito, della libertà, del diritto.
Mentre sembra scomparsa la diplomazia degli Stati, vive la diplomazia civile, quella dei popoli, delle persone, delle comunità. Che si mettono in viaggio, sulle barche, sugli aerei, verso confini lontani, camminano su strade polverose o nella giungla, stringono mani. Vivono la pace.
Perché la scelta antifascista, dello spirito, della coscienza, della libertà, della pace, della solidarietà, della dignità, della cultura è più forte dell’abbandono all’egoismo, all’oppressione, alla violenza, alla rapina.
È la forza dell’umanità che in ogni tempo resiste alla disumanità.
Albertina Soliani
15 maggio 2026
Partecipanti al viaggio:
Albertina Soliani, Presidente onoraria dell’Associazione per l’Amicizia Italia-Birmania “G. Malpeli”
Andrea Castronovo, docente dell’università di Parma, ricercatore in cooperazione internazionale
Antonella Crestani, psicologa
Miriam Giovenzana, giornalista, fondatrice della casa editrice Terre di mezzo
Linn Su Nay Win, medico pediatra
Marina Martelli, attivista diritti umani
Isabella Pavan, editor di Terre di mezzo
Massimo Vigliotti, informatico



