Birmania, le foreste di teak nelle tasche dei generali

26da L’Unità, 4 agosto 2013

di Ella Baffoni

La fatica e la polvere. Il caldo e la foschia. In «Giorni in Birmania» George Orwell li racconta come sfondo alla irresistibile caduta del colonialismo inglese. In filigrana c’è anche la distruzione delle foreste primarie del paese, vera ricchezza del Myanmar: il protagonista John Flory dirige un’impresa di taglio di tronchi di teak, e ne mostra le condizioni caotiche e primitive.

A fermare la produzione basta un elefante con la diarrea o un sorvegliante con il mal di denti. Che cosa sia il teak e perché sia così prezioso è presto detto. È un albero con grandi foglie a cuore che cresce nelle foreste pluviali asiatiche. Una volta superati i cinquant’anni, seccando produce una resina che lo rende impermeabile, immarcescibile, duro e immodificabile, poco attaccabile anche dal fuoco o dalle termiti. Proprietà preziose.

Per capire quanto bisogna andare al Palazzo reale di Bago. Magnifico con i pavimenti lucidi, le sale del trono brillanti d’oro e di specchi, sfarzosi simboli di potere assoluto. E, girando nelle grandi sale, anche lunghi tronchi intagliati. Ecco: il palazzo è una ricostruzione, per quanto fedele. Dell’antico edificio non restano che quelle colonne intagliate, archeologia arborea. E, poco più in là, nel giardino, le fondamenta di legno, e i resti delle strutture originali: gli enormi tronchi di teak usati per lo scomparso palazzo reale.

ANTICHI MONASTERI
Vicino Mandalay, l’antico monastero Shwenandaw mostra ancora i suoi splendidi intarsi di legno. Poco distante dal lago Inkle, c’è She Yan Pyay, il più vecchio monastero in legno della Birmania e forse del mondo. L’antica capitale Amarapura mostra come un vanto lo U Bein, il più lungo ponte di teak del mondo, un chilometro e mezzo di palafitte e assi immarcescibili.

Fin dall’antichità questo legno veniva usato per gli scafi delle navi – ancora oggi sono in teak le finiture di pregio. Una volta demoliti i natanti le doghe vengono usate per far mobili da giardino, resistenti e impermeabili. Purché il legno abbia più di cinquanta anni. Le assi ottenute da tronchi più giovani, pur di buona qualità e con un diametro ormai di cinquanta centimetri, non hanno la resa e soprattutto le qualità eccezionali del teak più agée. Bisognerebbe che i gestori delle piantagioni aspettassero più tempo, dunque denaro, prima di tagliare le piante… molto più semplice tagliare alberi nelle foreste primarie.

In Birmania l’industria del legno è un monopolio governativo. Per decenni i depositi di teak sono stati usati dai militari come una banca, per finanziarsi.

Ancora oggi è possibile vedere i grandi camion grigioverdi che trasportano tronchi – ognuno ha incisa la sigla identificativa – o grandi depositi protetti da torrette militari lungo le strade. I tronchi sono tutti giganteschi. Poi, certo, ci sono le nuove piantagioni governative, ben segnalate da cartelli e manifesti, come risarcimento verde allo sfruttamento intensivo delle foreste.

Ma quelle file di esili arbusti che punteggiano le colline per ettari e ettari, senza sottobosco né animali, non sono nemmeno un bosco, sono una foglia di fico su una vergogna che persino i militari percepiscono come tale. Perché per decenni i 13 milioni di ettari di foreste sono stati sfruttati e a volte rasi al suolo. Magari per diventare il parquet di doghe scure che gli amanti del lusso – in prima fila gli italiani – vogliono sotto i piedi.

TESORO DA ESPORTAZIONE
Intanto la superficie delle foreste birmane si è ridotta a un quinto della superficie del paese: nel 2008 era il 24 per cento, nel 1962, alla fine della colonizzazione inglese che pure l’aveva ben sfruttate, era il 57 per cento. Il Laos, l’India e la Thailandia stanno peggio, ne hanno solo lacerti e ricorrono alle piantagioni. Tra il 2011 e il 2012 la Birmania ha esportato teak per 641,87milioni dollari, pari a 283.000 metri cubi, oltre a 1,98 milioni di metri cubi di legnami pregiati.

Ma questi sono solo i numeri ufficiali, il commercio e l’esportazione illegali sono spesso tollerati. Intanto il ministro per la conservazione ambientale Win Tun ha asserito che la produzione di teak per il periodo 2013-2014 sarà di 186.650 tonnellate, e ha annunciato un giro di vite contro imprenditori e impiegati forestali che hanno abbattuto alberi illegalmente. Sarebbe ottima anche la decisione di mettere al bando l’esportazione di tronchi grezzi consentendo solo espatrio di semilavorati, che dovrebbe entrare in vigore nell’aprile del 2014 per sostenere la fragile industria locale di trasformazione. Per ora, però, ha solo dato un’accelerata alle esportazioni. Legali e illegali.

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