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Intervista al Cardinale Charles Bo • “Cristo è asiatico”

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Intervista a cura di Albertina Soliani. Dalla rivista “Il Regno”, 18/20

L’ 8 novembre in Myanmar si terranno le elezioni politiche. Charles Bo, Arcivescovo di Yangon, salesiano, creato Cardinale da Papa Francesco nel 2015 e attualmente Presidente della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche (FABC), si è distinto per la sua parola chiara.

In occasione dell’appuntamento elettorale ha invitato i propri concittadini a partecipare al voto.

Eminenza che messaggio voleva mandare con il suo appello?
«Quando ho rilasciato quella dichiarazione, noi non ci trovavamo ancora pienamente nella seconda fase della pandemia. A partire dall’ultima settimana di agosto si è verificata una tempesta virale. I numeri sono aumentati in modo allarmante. Da meno di 400 contagi e meno di 10 decessi, abbiamo avuto un’impennata significativa di 28.000 contagi e 700 decessi. Circa un incremento del 7000% dei contagi.
Potremo appiattire la curva solo se saremo uniti. Votare è un dovere sacro. Ma salvare vite è il dovere più sacro che può essere adempiuto solo attraverso l’unità. La politica può dividerci. Solamente l’empatia è in grado di guarirci e unirci».          
        
Lei viene da un povero villaggio del nord del paese, ha vissuto lunghi decenni di dittatura militare, è diventato arcivescovo e primate del Myanmar, dove i cattolici sono 1,5% della popolazione. Ha denunciato lo sfruttamento dei più deboli, le ingiustizie, la violenza. Che messaggio porta al mondo il Myanmar?
«Sono riconoscente nei confronti della mia fede e della grazia che ho avuto di appartenere a una Chiesa Universale che è in grado di dare forza a coloro che vivono ai margini. Mi sento in debito nei confronti del Santo Padre per la fiducia che mi ha concesso. La sua predilezione per gli emarginati mi ha portato alla ribalta e prego di essere all’altezza delle sue aspettative».

Difendo Aung San Suu Kyi

«Il Myanmar è il paese preferito da Dio. Lui ha donato tesori sia sopra la terra sia sotto la terra. È il Paese più ricco dell’Asia dove vivono i più poveri del mondo. E questo deve cambiare. La povertà nel Myanmar non è naturale. È un disastro causato dall’uomo. Un paese così pieno di risorse non può ancora languire nella categoria dei Paesi Meno Sviluppati (LDC). Per decenni è stato un’oasi paradisiaca per predoni e personaggi loschi. Il popolo birmano è garbato e merita un profondo rispetto. È alla ricerca di giustizia economica e giustizia ambientale. Sono grato del fatto che un movimento pacifico sia riuscito a ottenere il potere attraverso il voto. La democrazia non è perfetta in questo Paese. Ma continua ad avanzare a passo di marcia insieme alle varie sfide. Le gloriose tradizioni culturali del Myanmar devono investire nel bonus della pace. C’è un futuro per questo Paese. Il Myanmar risorgerà di nuovo in una nuova alba di giustizia e pace».

Il Myanmar ha il triste primato del più lungo conflitto etnico. Come considera il processo di riconciliazione e lo sforzo di Aung San Suu Kyi nella Conferenza per la pace di Panglong?                        
 «La pace è possibile, la pace è l’unica via. Nessuno vince la guerra in questo Paese. Ho rivolto un appello a tutti, soggetti coinvolti a livello statale e non, affinché’ dessero alla pace un’opportunità. Negli anni Sessanta eravamo il paese più ricco del Sud-est asiatico. Singapore era povera, la Corea stava emergendo da una Guerra sanguinosa, il Giappone era impegnato nella ricostruzione dopo la distruzione della Seconda Guerra Mondiale. Noi eravamo l’isola della prosperità e della pace. Poi è sopraggiunto il totalitarismo a distruggere i nostri sogni. La Guerra è diventata un male incurabile. Abbiamo seppellito migliaia di persone e creato milioni di sfollati. La Guerra è controproducente.          
 
Siamo lieti che l’iniziativa di Panglong continui con Daw Aung San Suu Kyi. Tutti possono sedersi insieme e parlare. Questo rappresenta un enorme passo avanti. I negoziati dovrebbero proseguire. La pace è un pellegrinaggio e non è semplice. Ma i capipartito devono capire che questo Paese ha sofferto in Guerra per più di sei decenni. Adesso basta. Uno Stato Federale Liberale Laico che garantisca autonomia ai singoli stati risolverà il conflitto. Preghiamo per questo».

Come Presidente di Religioni per la pace, come interpreta il ruolo delle altre religioni?
«Religioni per la Pace (Religions for Peace) è una delle iniziative più robuste poiché comprende persone di tutte le culture e religioni, tentiamo di portare comprensione tra i diversi attori. Siamo lieti che le nostre iniziative siano accolte così favorevolmente e abbiamo ampliato lo spazio riservato al dialogo e alle soluzioni pacifiche. Benché i conflitti siano spesso dipinti dai media come “uno scontro di culture e religioni”, si deve tener presente che il paese ha avuto inizio da un’unione. Quando i singoli gruppi percepivano un’ingiustizia nei loro confronti, imbracciavano le armi. Attualmente sono state intraprese misure, anche se imperfette, per costruire la fiducia. La maggior parte delle persone di fede vuole la pace. La sciagura proviene dai gruppi estremistici».

L’opinione pubblica mondiale è preoccupata per le condizioni in cui versano i musulmani rakhine, noti come rohingya. Aung San Suu Kyi viene accusata di aver tradito la causa dei diritti umani e della democrazia. Che cosa ne pensa?
«Ho spesso dichiarato che la questione dei rohingya è una “cicatrice sulla coscienza” di questo Paese. Purtroppo l’opinione pubblica mondiale a partire da questo problema ha voltato le spalle al Myanmar. Il mondo deve intervenire perché c’è il rischio che la Cina prenda il controllo di tutte le iniziative regionali, di cui in ultima analisi beneficerà solo la classe dirigente cinese. Per quanto riguarda la signora Aung San Suu Kyi, è opinione di molti che avrebbe dovuto prendere una posizione netta contro il trasferimento forzato di così tante migliaia di persone. È una persona retta; potrebbero aver pesato delle costrizioni politiche. Personalmente ritengo che stia tentando di arrivare a una democrazia autentica attraverso il processo elettorale, in modo che le incancrenite ferite storiche, come la questione dei rohingya, possano essere gestite da un Parlamento solido. Ma incontra molti ostacoli lungo il suo cammino».
                             
Come potrebbero l’Europa e le organizzazioni internazionali affrontare meglio la situazione dei rifugiati rohingya?
«Nonostante tutte le difficoltà, l’Unione Europea e gli altri organismi devono sostenere l’esperimento di giovane democrazia di questo paese. La signora San Suu Kyi svetta fra tutte le persone in Myanmar. Purtroppo non ci sono leader del suo stesso livello, che abbiano la sua levatura o forza morale per tenere testa all’esercito. Molti birmani la ritengono l’unica e l’ultima speranza per la nascita di una vera democrazia nel paese. La questione dei rohingya non è finita. Le Nazioni Unite e gli altri organismi proseguono i negoziati con il governo del Myanmar in base al documento preparato da Kofi Annan. Le organizzazioni internazionali dovrebbero sostenere questo processo e attivare il ritorno delle persone che hanno lasciato lo stato del Rakhine».

In Cina c’è persecuzione

Lei ha definito il COVID-19 una sfida per «prepararci a un nuovo mondo». Quali cambiamenti prevede avverranno?
«Le pandemie sono una sfida esistenziale per l’umanità. Ma sono anche disagi che inducono i capi politici e le persone a riflettere. La pandemia di COVID, come anche il santo padre ha sottolineato, è il segno dell’incapacità dell’economia di mercato di proteggere i poveri. Siamo di fronte a una sfida enorme. Il COVID ha fatto cadere la foglia di fico dell’ingiustizia sistemica. È il tempo dell’introspezione dei sistemi politici ed economici. È vero, ho chiesto un cessate il fuoco globale. Ma ho anche invocato una terza
guerra mondiale contro i disastri come la povertà e l’ingiustizia causati dall’uomo».
 
Il confine più lungo del Myanmar è quello con la Cina. Nelle prime settimane della pandemia, lei non ha esitato a parlare della responsabilità morale del Partito comunista cinese nel gestire la crisi. Ha anche denunciato il regime oppressivo di Hong Kong.
Che cosa pensa della Cina e del dialogo con la Chiesa?

«È una situazione senza via d’uscita. Il cristianesimo è una religione che sta crescendo in Cina e il suo messaggio attrae migliaia di persone. Questo porta a una vera e propria persecuzione. La persecuzione dei cristiani, non solo in Cina, ma anche nel resto del mondo, ha ricevuto scarsa attenzione dall’Occidente. I diritti dell’uomo sono diventati una nuova religione, ma pare che pochi siano disposti a sostenere i cristiani quando sono perseguitati. L’Occidente guarda con disagio le iniziative del Papa in Cina, che spero mirino a ridurre la sofferenza dei cristiani. A meno che non ci sia una risoluzione politica della comunità internazionale per resistere al Dragone cinese, la Cina farà tutto ciò che vuole per spazzare via le altre culture. Hong Kong ne è un triste esempio. La potenza economica della Cina e il gigante comunista sembrano spaventare l’Occidente. Quando il mondo si renderà conto delle intenzioni della Cina, potrebbe essere troppo tardi».
                  
Negli anni Sessanta del secolo scorso, dall’America Latina venne l’impeto della teologia della liberazione. Può oggi venire dall’Asia un messaggio spirituale e politico che riaffermi il valore universale della vita umana?

«Cristo deve ritornare in Asia. Nella FABC la discussione sul “volto asiatico della Chiesa in Asia” ha aperto un dibattito molto vivo. Cristo ha viaggiato lungo molte vie: romane, greche, franco-romane e infine sudamericane. Mi auguro che questo secolo veda davvero che Gesù era un asiatico. La Chiesa in Asia deve innanzitutto fare esperienza di lui nelle sue radici asiatiche.
Questo richiede modalità totalmente nuove nel culto, nella preghiera e nel vivere la fede e nuove relazioni con le altre religioni.
L’Asia è la culla di grandi tradizioni spirituali. È anche la casa delle più numerose popolazioni indigene del mondo. Il cristianesimo deve essere battezzato nel fiume Giordano dell’Asia. Sì! Lasciamo che il cristianesimo ritorni alle proprie radici. Non esiste un cristianesimo stereotipato e per questo si può dire che quello asiatico sta cercando di diventare “Parola che si fa carne” attraverso il vissuto, cosa che ha bisogno di una lunga elaborazione interpretativa. Nutro la speranza che la Chiesa asiatica raccolga questa sfida».

Questo articolo è disponibile anche in: Inglese

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