“Be friendly, but don’t be a friend”

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Sul muro scalcinato della scuola c’è appeso un post-it che dice “Be friendly, but don’t be a friend”.

Pensavo fosse un invito a noi insegnanti giovani e senza esperienza ad essere cordiali e simpatici, ma senza diventare effettivamente amici con gli studenti, onde evitare di creare confusione nei rapporti.

Mi sbagliavo, o almeno oggi sono convinta di sbagliarmi:

“Be friendly, but don’t be a friend” è un consiglio, un invito a non affezionarti a nessuno dei ragazzi della scuola perché oggi ci sono, ma domani magari no.

Ieri sera ero a scuola per il “night study: non paghi delle 10 ore di lezione questi ragazzi studiano anche dalle 19 alle 23. Ogni sera.

Stavo correggendo dei testi quando ad un tratto si avvicina Doe Ri, 22 anni, intelligente e premuroso (ogni mattina mi faceva trovare un caffè sulla cattedra) con gli occhi lucidi e rossi, mi dice che è molto dispiaciuto ma non è riuscito a fare i compiti (avevo chiesto a ognuno di loro di preparare una breve presentazione sul loro paese di origine). Lo rassicuro e gli dico di non preoccuparsi, può farlo tranquillamente per la prossima settimana. A quel punto scoppia in un pianto disperato, singhiozza e trema. Non so cosa fare, lo scuoto per una spalla e gli dico che davvero non c’è nessun problema, ma la situazione peggiora. E mentre piange mi guarda e con gli occhi pieni di pianto mi dice che ha ricevuto una telefonata e che deve tornare al campo profughi, la sua famiglia è stata rispedita dalla polizia in Birmania, il padre è stato arrestato e lui qua da solo non può stare.

Questo significa che non tornerà mai più a scuola.

La settimana scorsa avevo chiesto a ognuno dei mie studenti di scegliere un articolo della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo”.

Doe Ri aveva scelto l’articolo 13:

“1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

  1. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.”

Beffardo il destino eh?

Sono furiosa, piena di rabbia, sono arrabbiata con la polizia, il governo e con questo sistema burocratico che fa a pezzi chi non ha risorse. Sono arrabbiata persino con la sua famiglia.

Ma soprattutto sono furiosa con i responsabili di questa scuola. So che sono impotenti davanti agli ordini dei militari e so quanto si facciano in quattro ogni giorno per offrirgli più protezione possibile, ma potevano avvisarmi, qualcuno poteva spiegarmi che qui funziona così, non sono solo un insegnante che entra in classe e impartisce nozioni, con loro ci vivo.

Non chiudo occhio tutta notte.

La mattina dopo mattina torno a scuola e sono molto triste.

Entro nella classe dove tengo il corso di diritti umani e non c’è A V Yar, una delle studentesse più brillanti e intelligenti di tutta la scuola, chiedo ai suoi compagni se per caso è malata e quando tornerà.

Mi rispondono che questa notte è dovuta tornare in Birmania e non tornerà mai più a scuola da noi.

Sento che sto per esplodere, esco dall’aula e mi dirigo furiosa verso il direttore, pretendo una spiegazione.

Il direttore è anche più addolorato di me.

Mi spiega che suo padre è stato ucciso, la madre è malata e lei deve tornare nel campo profughi dove vivono i resti della sua famiglia per lavorare e mantenerla.

A V Yar ha solo sedici anni.

La settimana scorsa avevo chiesto a ognuno dei mie studenti di scegliere un articolo della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo”.

A V Yar aveva scelto l’articolo 26:

“Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria.”

Aveva concluso il suo saggio citando Nelson Mandela : “ Education is the most powerful weapon you can use to change the world”.

Le hanno tolto la possibilità di farlo.

Non ho avuto la possibilità di salutare A V Yar, ma lei mi ha lasciato un biglietto:

“Dear Clelia Teacher, I have to go. I want to say thank you Clelia. I LOVE YOU.

But your “Universal Declaration of human rights SUCKS”.

E io non posso darle torto.

Ma noi non possiamo più restare a guardare.

Clelia D’Apice

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