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Uno sguardo critico sul Myanmar in vista delle elezioni dell’8 novembre

Scritto da Federico De Ponti, Andreina Pasini, Stefano Rozzoni e Virginia Whitworth-King (Associazione per l’Amicizia Italia Birmania Giuseppe Malpeli)

 “La pace è possibile. Pace significa sviluppo. La pace è il nostro destino”

Cardinale Charles Maung Bo, Arcivescovo di Yangon, 2020.

  1. Introduzione
     
    “Le cose che l’opinione pubblica ignora di Aung San Suu Kyi e del Myanmar sono molte di più di quelle che sa.”[i] Con queste parole, Albertina Soliani – membro autorevole dell’Associazione per
    l’Amicizia Italia-Birmania Giuseppe Malpeli– apre un interessante articolo dedicato alla Birmania, alla sua politica e al suo percorso verso la democrazia, attraverso una prospettiva critica assai rara in
    Occidente.

    È innegabile come, dall’ultimo decennio, la Birmania abbia acquisito rilevanza nel discorso pubblico globale grazie alla crescente popolarità della figura di Aung San Suu Kyi, a cominciare dalla sua storica liberazione dai ventennali arresti domiciliari da parte della giunta militare del Myanmar e, in seguito, per il suo impegno politico per la democrazia. Tuttavia, è altrettanto vero come il sostegno da parte dei media e la narrazione culturale proposta dall’Occidente abbiano subìto
    un graduale stravolgimento negli ultimi anni, passando dal dipingere la Signora da paladina dei diritti a silente sostenitrice di atroci violenze interne al Paese. Come spesso accade, la carenza di informazioni e i mancati approfondimenti sulla complessità della situazione politica del Myanmar sono complici di un tale esito, che presenta un quadro distorto della realtà.

    In relazione a ciò, il presente articolo si propone come un approfondimento volto a colmare una lacuna informativa nel contesto nazionale – e non – circa le questioni politiche più rilevanti del
    Paese per incoraggiare l’adozione di una prospettiva critica sulla complessità che lo riguarda, a pochi giorni da un importante voto. L’8 novembre si terranno infatti le elezioni parlamentari, dopo i
    primi 5 anni di governo della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), il primo eletto democraticamente, considerando che le elezioni generali libere del 1990 furono annullate dalla giunta militare in seguito alla vittoria dello stesso partito.

    È dunque tempo di bilanci e di chiarificazioni. Ma soprattutto è tempo di mostrare sostegno nei confronti di una democrazia ‘nascente’ ma fragile, che necessita il supporto della comunità internazionale per radicarsi e rafforzarsi: informarsi in modo attento e responsabile rappresenta il
    contributo che ognuno può dare per raggiungere tale obiettivo.

  2.     Di padre in figlia[ii]

    Aung San Suu Kyi aveva solo 3 anni quando, nel 1947, il padre fu assassinato insieme al fratello maggiore e ad altri sei membri del Consiglio Esecutivo del suo partito, la Lega Antifascista per la
    Libertà Popolare (AFPFL), tra cui un alto funzionario e un collaboratore. “Nel tentativo di scoprire che tipo d’uomo fosse stato ho iniziato a leggere e a raccogliere materiale sulla sua vita”[iii] ha
    affermato la Signora, condividendo un aspetto intimo del proprio percorso di (ri)costruzione dell’identità della figura paterna, attraverso i ricordi dell’intera nazione. 

    Come accade per la figlia, anche il popolo birmano nutre un forte legame per Aung San (1915-1947), autore dell’indipendenza della nazione dall’Impero britannico, che i birmani chiamano Bogyoke (Generale), padre della patria. Della statura morale di Aung San ha parlato, in occasione del centenario dalla sua nascita, Albertina Soliani: “rimasto povero e modesto all’apice del suo
    potere, [egli] conservò nell’intimo una profonda semplicità”. È tuttavia importante sottolineare come la leadership di Aung San fosse caratterizzata anche dalla particolare capacità di coinvolgere,
    persuadere e guidare i suoi seguaci. 

    La sua forza trascinante viene descritta nel lessico religioso (buddista e birmano) come awza (autorevolezza), spesso abbinata al concetto di hpon (energia, forza spirituale), espressioni che accentuano positivamente il concetto di ‘potere’, riferendolo all’ambito politico. Diametralmente opposto è il significato della parola ana, che i birmani hanno utilizzato per definire la forza oppressiva sia dei colonizzatori inglesi, sia dei militari durante la dittatura (anashin).

    Il popolo, profondamente legato ad Aung San, si trovò sgomento di fronte al suo assassinio per mano dei suoi avversari politici. La perdita dell’eroe nazionale portò il Paese ad una condizione politica complessa che sfociò, nel 1962, nel colpo di stato da parte del Generale Ne Win. Nonostante Aung San avesse guidato la Birmania all’indipendenza e contribuito alla nascita degli istituti democratici, la dittatura ha portato a decenni di buio che hanno oscurato tale slancio. Aung San Suu Kyi sostiene che, per il popolo della Birmania, Aung San “era l’uomo venuto nell’ora del bisogno per salvare l’orgoglio e l’onore nazionale. Finché la sua vita sarà fonte di ispirazione, il suo ricordo rimarrà il custode della coscienza politica.”[iv] Questo ricordo viene da molti rintracciato nella figura della stessa Aung San Suu Kyi, grazie ad una serie di sorprendenti parallelismi che intrecciano la sua vita a quella del padre, sia nel ruolo di guida politica che di guida spirituale della nazione.

    Come il padre, infatti, la figlia è giunta nell’ora del bisogno. Tornata in Birmania nel 1988 dall’Inghilterra, dove viveva con il marito e i figli, per curare la madre malata, accettò la richiesta di rivestire il ruolo di Segretaria generale del nuovo partito, NLD. Fu questa una scelta che le costò due decenni di arresti domiciliari dopo l’instaurazione del regime militare di Saw Maung. Albertina Soliani evidenzia come in quel momento Aung San Suu Kyi scelse “di assumere, come sempre aveva fatto, la responsabilità del cambiamento politico possibile nel suo Paese, senza ulteriori rotture, senza ulteriori sofferenze.”[v]

    Oltre a ciò, il riflesso del padre nella figlia viene riconosciuto dal valore etico e politico di quest’ultima: come il padre il popolo ritiene che anche Aung San Suu Kyi sia dotata di awza (autorevolezza) oltre che di hpon (energia, forza spirituale). 

    È tuttavia importante affermare come, in un certo senso, Aung San Suu Kyi sia andata oltre gli adempimenti del padre, considerando il suo grande impegno a far maturare tra i birmani l’autonomia di pensiero. Si veda, a tal proposito, l’attenzione della Lady a far intervenire, durante le proprie conferenze, persone di diversa estrazione sociale ed etnica e a valorizzare l’unicità del loro pensiero. Non è quindi un caso che Aung San Suu Kyi chieda al popolo di impegnarsi a farsi carico delle responsabilità, oltre che a raccomandare pratiche di meditazione tra cui il vipassana, la consapevolezza, in modo da essere sempre vigili e trattenersi dagli errori. Nonostante tale richiesta possa risultare difficoltosa da attuare per i molti birmani anziani che hanno vissuto all’ombra degli anashin, le giovani generazioni l’hanno accolta con entusiasmo. 
  1. Una Costituzione che favorisce l’ostruzionismo dei militari

    Tra le accuse più rilevanti – e inesatte – mosse nei confronti di Aung San Suu Kyi, vi è il silenzio nei confronti del genocidio dei musulmani del Rakhine, la regione del Myanmar in cui è in corso un aspro scontro tra estremisti musulmani, buddisti ed esercito. [vi] A smentire tali critiche vi è la sua evidente posizione contro ogni forma di violenza e sopruso, come più volte dichiarato.

    La condizione delle comunità del Rakhine – ivi compresa quella musulmana – è sempre stata rilevante nella sua prospettiva, come dimostra il fatto che immediatamente dopo il suo insediamento il 1 aprile 2016, la Signora ha costituito la Commissione di inchiesta sul Rakhine affidandola a Kofi Annan, già Segretario Generale dell’ONU. Una scelta che collocava la questione sul piano internazionale. Inoltre, l’impiego del termine ‘musulmani del Rakhine’ usato per la prima
    volta da Aung San Suu Kyi, ha permesso di attribuire un’identità culturale e una riconoscibilità al popolo Rohingya, e di assegnare loro una patria (il Rakhine, appunto).

    Per una più corretta analisi, è importante ri-focalizzare l’attenzione sulla figura di Aung San Suu Kyi, passando dal suo ruolo simbolico a livello globale al ruolo politico che riveste nel Paese: la Signora non rappresenta, infatti, solo un’icona di rinascita e di speranza per la Birmania, ma una vera e propria personalità politica, più precisamente lo State Counsellor of Myanmar. Da questa prospettiva, si intuisce come l’interazione con i poteri militari — altra accusa mossa nei confronti di Aung San Suu Kyi — rappresenti un’operazione imprescindibile dal suo ruolo politico, nonché un’azione fondamentale per mantenere gli equilibri necessari in funzione della governabilità del Paese. 

    Ciò che rende la situazione in Myanmar unica e complessa è il fatto che l’esercito continui, anche dopo le elezioni democratiche del 2015, a mantenere una forte ingerenza negli affari interni del Paese, avallata paradossalmente dalla Costituzione. Varato dagli stessi militari nel 2008, il testo costituzionale contiene, infatti, molteplici vincoli che rallentano l’effettiva svolta democratica del Paese. È nota la clausola che ha impedito ad Aung San Suu Kyi, in qualità di leader del partito vincitore alle elezioni del 2015, di rivestire il ruolo di Capo di Stato, in quanto sposata con uno straniero (una norma già ampiamente dibattuta come clausola creata ad hoc[vii]). La Costituzione stabilisce inoltre “[che] l’Esercito ha pieni poteri sull’Interno, sulla Difesa, sui Confini, i cui ministri sono nominati dal Capo dell’Esercito, che il potere politico dei militari è sancito dalla Costituzione, con il 25% dei seggi parlamentari nominati dall’Esercito, e così nelle Assemblee degli Stati regionali.”[viii]

    Come affrontare una tale ingerenza? Questa è la vera sfida che il governo di Aung San Suu Kyi si è trovato a fronteggiare. La strategia è il dialogo tra forze politiche diverse, militari compresi, per il raggiungimento di un futuro democratico per il Paese. Tra le possibilità che si palesano per ottenere un tale obiettivo, vi è certamente l’emendamento della Costituzione. A tal proposito, emerge un’ulteriore sfida: la Costituzione richiede più del 75% dei voti parlamentari per essere modificata, perciò per approvare un emendamento sono necessari non solo l’unanimità dei restanti seggi (maggioranza e opposizioni in unanime accordo), ma anche il sostegno di una parte dei seggi destinati ai militari, il cui ostruzionismo è ben noto. 

    Il parlamento risulta dunque ingessato, vittima di un testo, la Costituzione, che nella versione attuale è per i birmani più un vincolo che una garanzia di democrazia. Tale situazione rende ancora più fragile un sistema politico che, tuttavia, in questi ultimi 5 anni ha portato molteplici frutti.
  1.     Le Conferenze di Pace

    Un altro aspetto poco noto in Occidente è la visione politica di Aung San Suu Kyi, che è pluralista e democratica. La leader birmana non ha mai rinunciato ad un punto chiave del suo progetto politico: la pacificazione tra le varie etnie e la loro cooperazione per la costruzione di una Unione
    federale. Si tratta di due obiettivi ambiziosi e molto complessi, per raggiungere i quali saranno probabilmente necessari anni. Tuttavia, la Signora è convinta del fatto che questa sia la direzione giusta da perseguire. I due propositi sono strettamente collegati tra di loro: ottenere la pacificazione del Paese è condizione necessaria per poter intraprendere il comune cammino verso la transizione ad uno stato federale. Quest’ultimo potrà garantire l’autonomia politica dei vari stati etnici che la richiedono, riducendo di molto le potenziali occasioni di conflitto militare.  

    La trasformazione della Birmania in uno stato federale è un obiettivo di lungo corso, preso nei confronti del popolo fin dalla fondazione di NLD, ma che ha visto i primi passi della sua concretizzazione solo al momento dell’insediamento del primo governo democratico nel 2016.
    Questo sarà l’impegno primario anche della prossima legislatura, qualora il partito di Aung San Suu Kyi dovesse ottenere nuovamente la maggioranza in Parlamento e l’incarico di governo.

    Il legame con il popolo è un elemento persistente nei discorsi pubblici di Aung San Suu Kyi: lo considera la chiave del cambiamento di un Paese che si sta affacciando a pieno diritto sulla scena internazionale. E per raggiungere questo scopo l’intero popolo birmano deve finalmente trovare coesione, unità ed affiatamento: la riconciliazione nazionale e la pace non sono più rinviabili. Aung San Suu Kyi ne è ben consapevole e lo dimostra la convocazione, nel maggio del 2016, della 2^ Conferenza di Pace di Panglong del XXI secolo. Essa segue la prima, quella del marzo 1947, voluta dal padre Aung San per unire tutte le etnie del Myanmar nel comune obiettivo dell’indipendenza dalla Gran Bretagna.

    La conferenza odierna costituisce un momento di svolta nella storia politica del Paese, perché istituzionalizza il percorso verso la pacificazione etnica. Partecipano alla conferenza rappresentanti di tutte le etnie che abbiano firmato il Nationwide Ceasefire Agreement, un appello al disarmo esteso a tutta la nazione promosso proprio dal governo nell’ottobre 2016, pochi mesi dopo il proprio insediamento. I lavori della Conferenza sono giunti alla quarta sessione, svoltasi lo scorso agosto, durante la quale è stato raggiunto un importante risultato: la firma della parte III dell’Accordo di Unione. Tale documento rappresenta un obiettivo storico compiuto verso la riconciliazione nazionale dato che “permetterà di avere tutte le carte in regola per stabilire una vera unione democratica federale: condivisione del potere e delle risorse tra stato centrale e stati federali (costituiti su base etnica).”[ix]

    Il percorso, però, non è esente da ostacoli e ogni passo deve essere attentamente calibrato e condiviso da tutte le etnie rappresentate. Aung San Suu Kyi sottolinea infatti il suo disappunto di fronte alla mancata inclusione nell’accordo del diritto di ogni stato etnico di avere una propria costituzione, in modo da poter garantire una concreta autodeterminazione. Resta, questa, una tematica irrisolta che sarà discussa in seguito, ma permette di comprendere quanto la riconciliazione di cui la Signora si fa promotrice sia tutt’altro che semplice: è sua opinione che il mancato inserimento di questo punto nell’accordo sia dovuto ancora ad un clima di sospetto reciproco e poca fiducia nei confronti dello stato centrale.[x] Ciononostante, Aung San Suu Kyi confida nel fatto che a breve anche quest’ultimo punto possa essere firmato, perché l’accordo nella sua interezza costituisce da anni l’aspirazione dei gruppi etnici. L’approccio utilizzato dalla Consigliera di Stato ci permette di capire le grandi difficoltà di mantenere coesa una nazione con 136 etnie: cerca di farlo con tutte le sue forze, anche muovendo aspre critiche a coloro che minano il processo di riconciliazione: deve finire, dice, quella cultura politica che risolve i problemi attraverso l’uso delle armi e della violenza.Un cambio di rotta è davvero necessario: “La storia ci ha dato il compito di costruire la pace oggi”, dice Aung San Suu Kyi.[xi]

    E la pace, oggi, si inizia a costruire a partire dalla firma della Parte III dell’Accordo, visti gli importanti impegni da esso previsti: la riconciliazione nazionale, la pace, le riforme democratiche, la creazione di un’Unione federale e persino l’emendamento della Costituzione del 2008. Sono tutti obiettivi concatenati e tutti dipendono dalla volontà individuale di farsene carico. La Lady ha infatti rivolto un appello accorato a tutti i cittadini birmani, chiedendo la loro collaborazione a far sì che il processo di pace si avvii il più rapidamente possibile: non è più il tempo di tergiversare, gli occhi del mondo sono puntati sulla Birmania e il mondo non aspetta. Le strade percorribili sono due: continuare sulla scia di un passato turbolento e deleterio o compiere la svolta decisiva per il bene del proprio paese. Sta ai birmani scegliere. 
  1.     A proposito del Rakhine 
     

    “Abbiamo fede nel potere di cambiare ciò che va cambiato, ma non ci illudiamo che la transizione dalla dittatura alla democrazia liberale sarà facile, né che un governo democratico significherà la fine dei nostri problemi.”[xii] Così, nel lontano 1996, scriveva Aung San Suu Kyi, affrontando con determinazione il ruolo che l’attendeva per amore del suo Paese.

    Quando nel 2015 Aung San Suu Kyi, vincendo le elezioni, divenne Consigliere di Stato, unanime fu il sostegno e il plauso della comunità internazionale. Si ritenne che in Myanmar la transizione verso la democrazia sarebbe stata realizzata in tempi rapidi e con poche difficoltà. Allora, ed ancora oggi, una parte dell’opinione pubblica, della stampa internazionale e dell’Occidente non comprendeva appieno le difficoltà e le fragilità di un Paese pervenuto alla democrazia dopo quasi 70 anni di conflitto interno.

    Stimata, fino a poco tempo fa, come paladina della democrazia e insignita di importanti riconoscimenti, ora Aung San Suu Kyi è oggetto di dure critiche e di contestazioni. Recentemente il Museo dell’Olocausto statunitense ha revocato il premio Elie Wiesel che le era stato assegnato nel 2012, mentre la Conferenza dei Presidenti del Parlamento Europeo ha deciso di sospendere il premio Sakharov “per inazione e accettazione dei crimini contro la comunità musulmana Rohingya.”[xiii] A novembre dello scorso anno il Gambia, con l’appoggio di 57 Paesi dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, ha denunciato il Myanmar di violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio nei confronti della popolazione musulmana in Rakhine.

    Aung San Suu Kyi ha difeso il proprio Paese da questa accusa davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Nel suo intervento la Signora richiama l’attenzione della Corte sul fatto che il duraturo conflitto sociale tra le comunità musulmana e buddista, risalente agli anni ‘40, abbia reso oggi il Rakhine settentrionale il secondo stato più povero del Myanmar. Aggiunge che sarà suo compito “affrontare le radici della sfiducia e della paura, del pregiudizio e dell’odio, che minano le basi della nostra Unione. Aderiremo [il Myanmar] fermamente al nostro impegno per la non violenza, i diritti umani, la riconciliazione nazionale e lo stato di diritto.”[xiv]

    Si tratta di traguardi che rendono necessari interventi significativi, nell’economia e nell’istruzione, per migliorare la condizione di tutte le comunità presenti nel Rakhine e porre fine ai conflitti. Oggi a tutti i bambini nati in questo stato, indipendentemente dal background religioso, vengono rilasciati certificati di nascita. I giovani musulmani possono accedere all’istruzione superiore senza alcuna discriminazione e frequentare le lezioni nelle università di tutto il Myanmar. Con il supporto di partner internazionali e locali, saranno messe a disposizione degli studenti anche borse di studio. Il governo ha potenziato 300 scuole nel Rakhine, dove sono stati avviati i programmi di formazione professionale e tecnica.[xv] A tal proposito il governo democratico del Myanmar approvò, all’indomani del suo insediamento, la National Education Law, un Piano Strategico Nazionale per riformare il sistema educativo del Paese, dopo decenni di disinteresse da parte del passato regime militare.

    Dal punto di vista economico, inoltre, è stato avviato nel 2017 il Piano di Sviluppo Socio Economico dello Stato di Rakhine (UEHRD) per promuovere la crescita in diversi settori. Centinaia di nuovi posti di lavoro e nuove opportunità saranno creati per la popolazione locale attraverso partenariati pubblico-privato. Si prevedono interventi sui mezzi di sussistenza, la sicurezza, la sanità e la cittadinanza per migliorare la coesione sociale. In termini di sviluppo infrastrutturale, l’elettrificazione è stata ampliata con la costruzione di nuove strade e ponti, tra cui una nuova autostrada che collega aree remote precedentemente accessibili solo via mare.[xvi]
  1.     Conclusione 
     
    “Forza viva: “così la scrittrice birmana Wendy Law-Yone definisce l’eredità di Aung San, che la figlia ha raccolto a settant’anni dall’Indipendenza.[xvii]

    Oggi l’azione politica della Signora deve essere analizzata considerando, nel suo insieme, la complessa situazione politica, storica e culturale del Paese. Le elezioni politiche di novembre “segneranno un altro passaggio nella storia politica del Myanmar. Un’altra tappa, nel consolidamento della dialettica democratica tra le diverse forze politiche, nella crescita della società̀ civile e delle sue organizzazioni, nel passaggio generazionale.”[xviii]

    Se, dunque, solo attraverso il rafforzamento del proprio sistema politico il Paese può ambire a un futuro democratico, il sostegno della comunità internazionale a un tale slancio diventa decisivo per permettere al Myanmar di transitare con sicurezza verso una nuova fase della propria
    storia.

Note:
[i] Soliani, Albertina. Myanmar: le cinque sfide di Aung San Suu Kyi. Rivista di Studi Politici Istituto San
Pio V – Roma. https://www.istitutocervi.it/wp-content/uploads/2019/11/A.-Soliani-Myanmar.-Le-cinque-
sfide-di-Aung-San-Suu-Kyi.pdf
[ii] Per questa sezione si faccia riferimento a Montessoro, Francesco. “Di Padre in Figlia. Leadership
femminili in Asia”. In Rivista Di Politica. Il Potere Del Sangue. La Politica Come Affare Di Famiglia.
Alessandro Campi (ed.) n. 3, 2015.
[iii] Aung San Suu Kyi, Liberi dalla paura. Sperling Paperback, 1998.
[iv] Aung San Suu Kyi, Liberi dalla paura. Sperling Paperback, 1998.
[v] Soliani, Albertina. Myanmar: le cinque sfide di Aung San Suu Kyi.
[vi] https://www.bbc.com/news/world-asia-50763180
[vii] https://www.theguardian.com/world/2016/feb/08/aung-san-suu-kyi-myanmar-president-positive-talks
[viii] Soliani, Albertina. Myanmar: le cinque sfide di Aung San Suu Kyi.
[ix] http://www.nrpc.gov.mm/en/node/461
[x] “If we made further analysis of these concerns and worries, we would be able to see clearly and distinctly
that it was because of looking with suspicion and not having enough trust.”
http://www.nrpc.gov.mm/en/node/461
[xi] http://www.nrpc.gov.mm/en/node/461
[xii] Aung San Suu Kyi, La mia Birmania,  Corbaccio, 1996. Aung San Suu Kyi, Liberi dalla paura. Sperling
Paperback, 1998.
[xiii] https://it.euronews.com/2020/09/11/la-triste-parabola-discendente-di-aung-san-suu-kyi-niente-piu-
premio-sakharov
[xiv] Aung San Suu Kyi, “Discorso” 11 dicembre 2019, Corte Internazionale di Giustizia, L’Aia.
https://www.youtube.com/watch?v=KI4L0bt0Kno&t=322s
[xv] Aung San Suu Kyi Discorso alla Myanmar’s National Assembly. 19 settembre 2017, NayPyiDaw
https://www.youtube.com/watch?v=88Nhh9A8G2M
[xvi] Aung San Suu Kyi Discorso alla Myanmar’s National Assembly, 19 settembre 2017, NayPyiDaw
https://www.youtube.com/watch?v=88Nhh9A8G2M
[xvii] Si faccia riferimento al discorso di Wendy Law-Yone durante l’incontro per il centenario della nascita
di Aung San, organizzato presso l’Istituto Cervi, Gattatico (RE), il 21 novembre 2015.
https://www.istitutocervi.it/2015/11/22/da-aung-san-a-aung-san-suu-kyi-21-novembre-a-casa-cervi/
[xviii] Soliani, Albertina. Myanmar: le cinque sfide di Aung San Suu Kyi.

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