Il Golfo del Bengala come il Mediterraneo

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Nelle ultime settimane numerose testate on line, molte anche italiane, si sono occupate della questione Rohingya, fino ad ora pressoché assente da questi circuiti d’informazione.

Probabilmente il motivo di questo nuovo o rinnovato interesse risiede nel fatto che in questo periodo nel Golfo del Bengala si assiste ad una tragica replica di ciò che accade ormai da anni nel nostro Mediterraneo: barconi stipati di migranti che si mettono in mare alla ricerca di salvezza e nuova vita.  Con la differenza che lungo le coste dei paesi che affacciano sul Golfo, non pare esserci alcuna Lampedusa disposta ad accoglierli.

Su quei barconi ci sono i Rohingya che fuggono da una situazione di diritti negati e di persecuzioni a sfondo etnico-religioso (sostenute da ambienti buddisti ultra tradizionalisti contigui al governo e ai militari) che, con l’avvicinarsi delle elezioni generali in Birmania, si sono fatte ancora più violente ed insopportabili.

Sull’argomento, riportiamo in sintesi un articolo apparso il 18 maggio sul sito di notizie dalla Birmania Democratic Voice of Burma (www.dvb.no) a firma Syed Hamid Albar.

La stessa DVB riporta oggi, 19 maggio, la dichiarazione di un esponente dell’LND, Nyan Win, definita “un passo altamente inusuale per sollecitare il governo del Myanmar ad offrire alla comunità mussulmana dello stato Rakhine la possibilità di ottenere la cittadinanza”, ricordando le critiche spesso rivolte alla stessa Aung San Suu Kyi, accusata di non essersi pronunciata con sufficiente forza rispetto al problema dei Rohingya.

Ha detto Nyan Win: “Il fatto che non siano ben accetti come cittadini (I Rohingya) non ci autorizza a buttarli a fiume. Neanche a cacciarli in mare. Sono esseri umani. Io li considero esseri umani e come tali titolari dei diritti umani”

(Aldo Montermini)

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