Aung San Suu Kyi e la forza della spiritualità

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Il cammino della democrazia guidato da una donna. Un vita al servizio del suo Paese. Incontro con Aung San Suu Kyi

di Albertina Soliani

Mi è venuta incontro sorridendo e mi ha avvolto in un abbraccio che racchiudeva la nostra reciproca gratitudine: per la sua eroica testimonianza dei valori della democrazia, per il nostro sostegno in questi anni in Italia e nel Parlamento italiano fin dal tempo dei suoi arresti domiciliari. Indossava l’abito dell’etnia Kachin, una sciarpa rossa sulle spalle, fiori bianchi infilati tra i capelli raccolti. Così ho incontrato a Naypyidaw, sede del Parlamento del Myanmar, Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, leader della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) e oggi capo dell’opposizione, il 28 febbraio scorso.
Con me, Presidente dell’Associazione Parlamentare “Amici della Birmania”, l’On. Sandra Zampa del PD e portavoce di Romano Prodi, il mio collaboratore Giuseppe Malpeli che è stato il tramite dei rapporti con lei e la Birmania, Maria Giuseppina Bartolini ordinaria di matematica all’Università di Modena e Reggio Emilia e membro dell’International Commission on Mathematical Instruction, Beaudee Zawmin, da quarant’anni in esilio, dirigente dell’ufficio Burma di Bruxelles.

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Un colloquio molto cordiale e lungo, con una donna straordinaria che sta costruendo la storia.
Ci ha parlato con determinazione del cambiamento, necessario subito, in Birmania. Del cambiamento urgente della Costituzione, che oggi prevede l’impossibilità dell’elezione a presidente di chi ha legami con stranieri (lei è vedova di un inglese e i suoi figli vivono in Occidente), la riserva del 25% dei seggi ai militari, il tetto del 75% dei voti di maggioranza per approvare le leggi. Per questo il confronto con il governo, guidato oggi da Thein Sein, un ex generale in veste civile, è indispensabile. Oggi la responsabilità assunta da Aung San Suu Kyi è tutta politica, volta a condurre la Birmania verso la democrazia e le elezioni politiche del 2015 per le quali è già stata candidata dal suo Partito alla Presidenza. Alcuni giorni dopo la nostra visita si è svolto a Rangoon il primo Congresso della NLD, dopo vent’anni di clandestinità, che ha puntato sull’unità, l’allargamento del primo gruppo dirigente e l’inclusione dei giovani, la trasformazione del partito da movimento “contro” a soggetto di governo.
Il realismo con cui sta affrontando questa fase assai delicata e decisiva, verso una compiuta democrazia, suscita discussioni. Di recente Aung San Suu Kyi ha partecipato per la prima volta alla parata militare in occasione delle “Giornata delle forze armate”. Vuole che l’esercito sia a servizio del popolo nella democrazia, non strumento della sua oppressione. In queste settimane per la prima volta sono usciti alcuni quotidiani liberi in Birmania, anche quello della NLD, dopo decenni di censura. Abbiamo anche incontrato i rappresentanti delle etnie (sono 135), di altre forze politiche e di Generazione 88, i leader studenteschi della rivolta dell’8/8/88 con molti anni di carcere alle spalle: per tutti Aung San Suu Kyi è l’unica leader in grado di unire le diversità e di prendere in mano il destino del Paese. Aung San Suu Kyi è la figlia di Aung San, il Padre della Patria, suo liberatore, ucciso nel 1947 a 32 anni. Oggi Aung San Suu Kyi ne raccoglie l’eredità con la forza di una donna.

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“Usate la vostra libertà per promuovere la nostra” diceva anni fa. Ed è così che nel 2006 ho fondato l’Associazione Parlamentare “Amici della Birmania” e sono intervenuta poi in Parlamento con dichiarazioni, mozioni, audizioni presso la Commissione Diritti Umani del Senato. È a lei che oggi guarda la comunità internazionale mentre la Birmania si apre al mondo. A lei guarda il suo popolo che spera nel cambiamento. Da anni Aung San Suu Kyi incontra le persone comuni, ne ascolta i problemi e ogni fine settimana si rivolge al popolo davanti al cancello della sua casa parlando della democrazia. Una leadership che abita nel cuore delle persone e di un’intera nazione.

Una missione gigantesca, quella di Aung San Suu Kyi, che lei affronta con la forza morale che l’ha sempre sostenuta, con la benevolenza verso tutti, con la sua fiducia nei valori della non violenza, del dialogo, della verità, della tenerezza, della riconciliazione, anche nei momenti più drammatici. Con gli strumenti della politica. Qui sta la straordinaria novità di una storia umana e politica, personale e collettiva, che la spiritualità buddista alimenta, e che ha saputo trasformare la condizione difficilissima di un popolo, prigioniero nel suo stesso Paese, in un cammino di liberazione. “Liberi dalla paura” è il primo cambiamento, che spezza il blocco che imprigiona sia chi detiene il potere sia chi ne è vittima. Io credo che la forza di Aung San Kyi sia la sua spiritualità. Un fattore non frequente in politica, eppure in lei inscindibile con essa. Quando la sofferenza attraversa la vita delle persone e dei popoli, la politica non può non raccoglierne il grido e solo lo spirito può intenderlo.

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Aung san Suu Kyi parla anche a noi della democrazia, a noi che in questi anni abbiamo visto fortemente indebolirsi la nostra. Per questo oggi il legame tra noi e lei è molto forte.
Oggi la democrazia nel mondo ha il volto di Aung San Suu Kyi e questo è il segno che la democrazia ha oggi bisogno soprattutto delle donne. Di donne che cambino la politica con la forza della loro intelligenza e della loro umanità.
Le ho lasciato, al termine dell’incontro, alcuni cd di Giuseppe Verdi. Ama la musica, so che li ascolta.
Mi ha accompagnato sottobraccio sulla soglia, e lì ha atteso che il pulmino si allontanasse. In piedi, sola. Con lei il futuro del suo popolo. E anche noi.

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