CORRISPONDENZE DA MAE SOT (1)

Dove tutto è cominciato…

Mae Sot, confine tra Thailandia e Birmania, giorni imprecisi, Luglio 2016

Che poi come ci sono finita a Mae Sot non lo so neanche io. Di solito, quando me lo chiedono, rispondo che è colpa di Giuseppe. E ci sono tornata per colpa di Albertina.

E entrambi sono finiti in Birmania per colpa di Aung San Suu Kyi.

O per un grande senso di umanità.

O di comprensione.

Non lo so.

Fatto sta che, ecco, sono di nuovo a Mae Sot.

Sono arrivata qui domenica mattina in compagnia di due squinternate del mio corso di laurea.

Loro per un mese di volontariato alla Minmhaw School. Eh già, la vecchia Minmhaw. Per chi non la conoscesse una scuola per rifugiati birmani in Thailandia. Insegneranno inglese, matematica, diritti umani e chi più ne ha più ne metta.

Io per un tirocinio di cinque mesi presso una ong che si occupa di prigionieri politici birmani, di diritti umani e di rifugiati.

Siamo partite per ragioni diverse… per conoscere altro, per acquisire esperienza lavorativa, per mettere in pratica quello che stiamo studiando…ma, soprattutto, per quel qualcosa che non si può spiegare ma che ti spinge verso un’umanità diversa.

Siamo arrivate all’aeroporto di Mae Sot cariche di valigie, aspettative e, si, un po’ di paura. Ci ha accolto il sole, dando tregua ai monsoni e spazzando via il grigiore di Bangkok. Viviamo in una piccola guest house nel cosiddetto “vecchio centro” di Mae Sot. Ognuna di noi ha una stanzetta e un bagno. Un posto pulito e tranquillo, presidiato, di notte, da un “security man” quasi centenario.

Si dorme poco, ci si lava anche meno, si viene massacrati dalle zanzare, si mangia sempre riso, ma è bastato comprare una tazza per fare colazione e adattarsi a nuove abitudini per sentirsi a casa.

Rispetto a due anni fa Mae Sot è sempre la stessa, ma è cambiata tanto.

Più macchine, più locali occidentali, più case, più organizzazioni internazionali, più occidentali, più elettricità, più wifi. Persino i monsoni sono meno aggressivi. Il segno di una civiltà sempre più globalizzata e in espansione.

Ma che, almeno per ora, mantiene la sua identità di paese di confine.

Mae Sot è un incrocio di etnie, di lingue, di tradizioni. Un posto dove si incontrano la cultura thailandese, birmana, karen e cinese.

Una terra di rifugiati e di gente di passaggio.

I profughi birmani hanno cominciato ad arrivare vero la metà degli anni ’80, quando il governo birmano ha adottato politiche sempre più repressive nei confronti di Karen e Shan. La maggioranza di loro vive in enormi campi profughi in condizioni disperate.

Oggi, nonostante il cambio di governo in Birmania, i profughi continuano ad arrivare.

Un equilibrio fragile, sempre sul punto di spezzarsi.

La “mia” ong è stata fondata da ex prigionieri politici esiliati in Thailandia. E’ nata come organizzazione umanitaria a sostegno dei prigionieri politici, della loro liberazione e del loro reinserimento nella società, sia dal punto di vista economico, che psicologico e sociale. Recentemente, con la presa di potere di NLD e di Aung San Suu Kyi, ha iniziato a occuparsi di lobbying a livello governativo e di diritti umani in senso lato, specialmente di rifugiati.

Lo staff, con l’eccezione di qualche occidentale, è birmano, quasi tutti ex prigionieri politici.

L’ufficio è sporco, impolverato, incasinato.

C’è un caldo asfissiante e, ogni tanto, si riceve la visita di qualche serpente.

Eppure, è perfettamente funzionale.

Lunedì ho cominciato a lavorare.

I ritmi sono massacranti, il lavoro è faticoso sia a livello fisico che, soprattutto, psicologico.

Tra i miei compiti principali vi è quello di monitorare tutti i media – birmani ed internazionali – che trattano di prigionieri politici o di violazioni dei diritti umani connesse alla Birmania e tenerne un archivio aggiornato quotidianamente, sulla base del quale, a fine mese verrà scritto un report da consegnare ai governi e alle varie organizzazioni internazionali e non. Tra un paio di settimane comincerò a lavorare con i rifugiati birmani che vivono nei campi profughi intorno a Mae Sot. Studierò soprattutto le loro condizioni di salute e l’accesso (e il non accesso) che hanno alle cure.

Il grosso delle mie giornate, al momento, ruota attorno alle torture subite dai prigionieri politici.

Tra interviste, archivi, visite in prigione e ai centri di recupero, per dare, finalmente, testimonianza alle loro storie, alle loro voci, per non dimenticare quello che hanno subito. E, soprattutto, per dare onore al loro non essersi arresi, mai.

Perché essere qui?

C’è una frase di Gino Strada che mi torna sempre in mente: “Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi”.

Giuseppe, due anni fa prima che partissi per la prima volta per Mae Sot, mi aveva detto: “Sarà faticoso, doloroso, pericoloso, ti farà infuriare e ti farà piangere…ma se ti accoglieranno con affetto, andrà tutto bene”.

Come sempre, aveva ragione.

Per cui, Albertina, Giuseppe, grazie per la gioia e il dolore che sto provando.

Grazie, per questo mondo intero che mi avete regalato.

CD

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