Il colpo di stato in Myanmar

Il colpo di stato in Myanmar: la genesi del nuovo regime e della nuova Resistenza

 

Di Andrea Castronovo

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L’alba del golpe militare

In Italia, la notizia del colpo di stato militare in Myanmar è arrivata poco dopo la mezzanotte del 30 gennaio. In Myanmar, erano le 06.00 del primo febbraio, un giorno che sarebbe dovuto essere di profonda importanza per il processo di democratizzazione in atto nel Paese con l’insediamento del nuovo Parlamento eletto dai cittadini alle elezioni generali dell’8 novembre 2020. Invece, un’ora prima della cerimonia di inaugurazione della Pyidaungsu Hlutaw, il Parlamento birmano, i militari hanno arrestato la leader nazionale Daw Aung San Suu Kyi, il Presidente U Win Myint e i principali membri della Lega Nazionale per la Democrazia, il partito che ha vinto le ultime elezioni con l’83% dei consensi. Questo ha rappresentato solamente il preludio di quello che stava realmente per accadere in Myanmar. Dopo la prima serie di arresti è seguita la seconda che, diffondendosi a livello nazionale, ha coinvolto i ministri e i principali attivisti democratici del Paese. Mentre tutte le connessioni con la capitale, Nay Pyi Taw, vengono interrotte e il livello di militarizzazione aumenta vertiginosamente in tutto il Myanmar, il canale Myawaddy (MWD), di proprietà dell’esercito, alle 02.54, orario italiano, rompe il silenzio e annuncia il colpo di stato dei militari. Durante questa breve trasmissione televisiva emergono due elementi importanti. Il primo è che, a seguito dell’arresto del Presidente U Win Myint, il nuovo Presidente facente funzione è U Myint Swe, ex generale e, fino a quel momento, Vice Presidente del governo della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD). È importante sottolineare che la Costituzione del Myanmar concede di fatto ai militari la possibilità di nominare autonomamente un Vice Presidente e proprio in questo modo U Myint Swe venne eletto nel 2018. Appena assunta la carica, il nuovo Presidente facente funzione ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per la durata di un anno come previsto dall’articolo 147 della Costituzione, scritta dai militari stessi. Questo, sempre secondo la logica di detenzione del potere, è stato seguito immediatamente dall’entrata in vigore dell’articolo 40 al punto (c): il passaggio del potere esecutivo, legislativo e giudiziario nelle mani del Comandante in Capo delle Forze Armate nazionali Min Aung Hlaing. Il secondo elemento che emerge dalla dichiarazione dei militari è la motivazione alla base del golpe: l’incapacità della Commissione Elettorale dell’Unione (Union Election Commission – UEC) di individuare e risolvere le presunte irregolarità avvenute durante le ultime elezioni. Seguendo questa linea d’azione, i militari concludono il loro comunicato “assicurando” il ritorno alle urne nel 2022 con il successivo passaggio di potere al partito vincitore. Una promessa già sentita troppe volte in passato per essere ancora credibile per il popolo birmano.

Prima di proseguire con l’analisi degli avvenimenti è importante sottolineare che nessun tecnicismo giuridico legato alla Costituzione del Myanmar può nascondere quello che è effettivamente avvenuto: un colpo di stato militare. Infatti, anche approfondendo la Carta Costituzionale birmana emerge l’assoluta illegittimità delle azioni compiute dai militari, proprio attraverso l’analisi degli articoli citati da loro stessi: 417 e 40 (c).

Articolo 417 della Costituzione del Myanmar:

Se sorge o se vi sono motivi sufficienti per l’insorgere di uno stato di emergenza che può disintegrare l’Unione o disgregare la solidarietà nazionale o che può causare la perdita della sovranità, a causa di atti o tentativi di impadronirsi della sovranità dell’Unione mediante insurrezione, violenza e mezzi forzati illeciti, il Presidente può, dopo essersi coordinato con il Consiglio Nazionale di Difesa e Sicurezza, promulgare un’ordinanza e dichiarare lo stato di emergenza. In detta ordinanza, deve essere dichiarato che l’area in cui lo stato di emergenza entra in funzione è l’intera nazione e la durata specificata è di un anno dal giorno della promulgazione”.

Articolo 40 (c) della Costituzione del Myanmar:

Se si verifica uno stato d’emergenza che potrebbe causare la disintegrazione dell’Unione, la disintegrazione della solidarietà nazionale e la perdita del potere sovrano o tentativi in tal senso con mezzi forzati illeciti come l’insurrezione o la violenza, il Comandante in Capo dei Servizi della Difesa ha il diritto di assumere ed esercitare il potere sovrano dello Stato in conformità con le disposizioni della presente Costituzione”.

Come emerge da questi articoli, solamente il Presidente, dopo essersi coordinato con il Consiglio Nazionale di Difesa e Sicurezza (National Defense and Security Council – NDSC), può dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Inoltre, nessun articolo della Costituzione attribuisce ai militari il potere di indire una seduta del NDSC, la quale può essere convocata solamente dal Presidente. Il rifiuto del Presidente Win Myint di convocare l’NDSC gli ha procurato l’arresto. Per precisare ulteriormente l’evoluzione cronologica degli avvenimenti, secondo fonti attendibili i militari alle 08.30, orario birmano, hanno riunito illegalmente il NDSC all’interno del quale è stato poi nominato il Presidente facente funzione. Un ulteriore elemento è rappresentato dall’illegalità della riunione del NDSC. Come previsto dall’articolo 201, l’NDSC è composto da undici membri, sei affiliati al Tatmadaw e cinque provenienti dal governo civile. Dato che nel momento dell’incontro del NDSC i cinque rappresentanti del governo erano già stati arrestati, i militari, agendo senza alcuna base legale, hanno sostituito i membri mancanti con dei generali del Tatmadaw, violando la Costituzione.

Il colpo di stato militare non ha nessuna base legale. L’unica vera ragione, ben lontana dalle accuse di brogli elettorali, avanzate solamente dal mondo militare birmano, e smentite più volte dalla Commissione elettorale nazionale, è la volontà di frenare la transizione democratica, abbracciata dall’intero popolo del Myanmar, per racchiudere nelle proprie mani il potere e il destino del Paese.

 

La nuova Resistenza: il Movimento non violento di Disobbedienza Civile (CDM)

Nelle ore successive alla dichiarazione dei militari, il Paese è caduto in una profonda condizione di caos: le banche e gli ATM chiusi hanno causato panico e lunghe code nei vari sportelli delle grandi città; la connessione telefonica con Nay Pyi Taw ha smesso completamente di funzionare; i diversi canali televisivi hanno annunciato la sospensione dei loro servizi; per diverse ore ci sono stati importanti cali di connessione internet che hanno complicato la comunicazione interna al Myanmar; sono apparsi su internet i primi video dei sequestri di materiale e documenti in varie sedi del partito NLD da parte dei militari; oltre all’annuncio della sospensione di tutti i voli da e per il Myanmar e l’aumento della presenza di carri armati e mezzi militari nelle strade delle principali città. Tuttavia, questo senso di impotenza del popolo di fronte agli avvenimenti ha lasciato presto spazio ad una vera e propria Resistenza birmana del Ventunesimo secolo. Nasce così, il giorno stesso del colpo di stato, il Movimento non violento di Disobbedienza Civile (CDM) del Myanmar.

Il Movimento, oltre ad essere supportato dagli storici leader e attivisti democratici, come Min Ko Naing, fuggito letteralmente di casa qualche attimo prima dell’arresto, è composto da medici e infermieri di tutto il Paese, studenti, membri delle organizzazioni della società civile, gruppi di hacker, celebrità, membri dei partiti politici e dell’amministrazione pubblica e, più in generale, da tutti i cittadini che ripudiano gli atti di violenza perpetrati dagli organi militari e non riconoscono l’autorità del nuovo governo, ritenendo che il potere politico debba ritornare immediatamente al suo unico e legittimo detentore: la Lega Nazionale per la Democrazia.

Dopo l’ufficializzazione del colpo di stato l’CDM ha subito chiesto alla popolazione di non scendere a protestare nelle strade per non facilitare l’intervento dell’esercito e non supportare una delle false motivazioni alla base del golpe: la presunta instabilità nazionale. All’indomani del golpe, il leader della Generazione 88, Min Ko Naing, ha condiviso un messaggio all’interno del quale sollecitava la popolazione ad unirsi in azioni di boicottaggio contro i militari, sancendo così l’inizio della campagna “Anti-military dictatorship 2020-2021”. Fin da subito, l’efficacia della comunicazione interna ed esterna al Paese, tramite i social network, ha rappresentato un elemento essenziale alla base del Movimento di protesta birmano.

Alla violenza militare il popolo birmano ha risposto con la nonviolenza. Nascono così due elementi che hanno caratterizzato i primi giorni di attivismo: le proteste “pots and pans” e gli scioperi di medici e infermieri.

Martedì 2 febbraio, alle ore 20.00, è iniziata, in parte organizzata sui social media e in parte in modo spontaneo, la protesta “pots and pans”. Una vecchia tradizione birmana vuole che per scacciare gli spiriti maligni dalla propria abitazione, si debbano percuotere pentole e padelle, creando così un forte suono metallico. Come descritto dal The Guardian, “le strade di Yangon si sono riempite del fragore di questo suono nel 2007, quando i monaci protestarono per porre fine al governo militare, e prima ancora nel 1988, quando l’ex presidente Sein Lwin, conosciuto come il “macellaio di Rangoon”, aveva ordinato alle truppe di sparare ad altezza uomo suoi manifestanti”. Questa tradizione è tornata tra le strade e le case del Myanmar, ancora una volta non per scacciare i Nat, come i birmani chiamano gli spiriti maligni, ma per incarnare il dissenso, il ripudio della popolazione contro l’ennesima espressione di oppressione militare. Da martedì 2 febbraio, tutti i giorni alle otto di sera sempre più gente si raccoglie per strada o si affaccia dalla finestra per dimostrare che, nonostante tutto, il desiderio di libertà e democrazia rimane più forte di qualsiasi atto di forza.

Non è facile per un popolo condizionato dai timori, soggetto alla regola ferrea che la ragione è del più forte, liberarsi dai debilitanti miasmi della paura. Eppure, anche sotto la minaccia della macchina statale più schiacciante, il coraggio continua a risorgere, poiché la paura non è lo stato naturale dell’uomo civile” (Aung San Suu Kyi – Freedom from Fear).

Le prime effettive proteste collettive del Movimento nonviolento di Disobbedienza Civile sono state organizzate il 3 febbraio da medici e infermieri di tutto il Paese. Il primo giorno, le proteste pacifiche, che si limitavano all’incontro dei manifestanti al di fuori dalle strutture ospedaliere, hanno coinvolto lo staff medico di 110 ospedali in 50 distretti sparsi in tutto il Myanmar. Con il passare di due giorni, i numeri sono aumentati vertiginosamente. Alle proteste del 5 febbraio hanno partecipato migliaia di persone, tra medici e insegnanti, in 121 strutture sanitarie nazionali. A queste manifestazioni si sono uniti anche numerosi studenti provenienti dall’Università di Yangon, dall’Università di Sittwe, nello Stato Rakhine, e dall’Università di Myitkyina, nello Stato Kachin. Con il passare delle ore, sempre più persone provenienti sia dalla società civile che dai ministeri, noto è il caso del supporto dei membri del Ministero degli Affari Etnici, stanno partecipando alle numerose manifestazioni pacifiche in tutto Paese. Con l’aumento della partecipazione alle proteste, aumenta anche il rischio di violenti scontri con la polizia. In relazione a questo, da diverse fonti in Myanmar è stata confermata la veridicità dei documenti interni alle forze di polizia birmane, iniziati a circolare su Facebook giovedì 4 febbraio, riguardanti le modalità di intervento dei corpi di sicurezza durante le possibili manifestazioni. Uno di questi documenti prevederebbe anche l’utilizzo di armi non letali e, nel caso in cui il manifestante si trovasse da solo, l’uso di armi elettriche con una potenza di 12 volt. Per come si sono evolute le manifestazioni nei giorni seguenti, con scontri, uccisioni e l’impiego, da parte della polizia, di armi letali, questi documenti si sono rivelati se non falsi inutili. Non è da escludere che la polizia stessa abbia volutamente diffuso questi documenti tra la popolazione.

 

La nuova struttura di governo militare

Nonostante sia troppo presto per delineare un’analisi realistica delle volontà e degli obiettivi dei militari, risulta plausibile credere che sotto la guida del Comandante in Capo delle Forze Armate Min Aung Hlaing, l’attuale detentore del potere in Myanmar, la struttura militare stia impostando la propria agenda politica sull’ottenimento di una legittimità, nazionale e internazionale, esplicita o implicita, a governare il Paese. Con l’intento di distaccarsi, quantomeno formalmente, dall’etichetta di dittatura militare, il nuovo apparato militare sta cercando di darsi una parvenza di struttura governativa tradizionale. Per questo, all’indomani del colpo di stato, Min Aung Hlaing ha ufficialmente dichiarato la formazione del Consiglio Amministrativo di Stato (State Administrative Council – SAC), costituito da sedici membri, che rappresenterà l’organo statale più potente del Paese. Il SAC ha anche un organo di rappresentanza in ciascuno dei sette Stati etnici del Myanmar, creando degli organismi decentrati con il compito di interfacciarsi con i diversi gruppi entici del Paese.

Il SAC, guidato da Min Aung Hlaing, è composto dai seguenti membri: Vice generale maggiore Soe Win nominato Vicepresidente; Generale Mya Tun Oo nominato membro; Generale Tin Aung San nominato membro; Generale Maung Maung Kyaw nominato membro; Tenente generale Moe Myint Tun nominato membro; Phado Man Nyein Maung (precedentemente all’interno del gruppo armato dei Karen, il KNU, ma si è dimesso nel luglio del 2020 dal gruppo armato) nominato membro; Thein Nyunt nominato membro e Khin Maung Swe nominato membro (entrambi leader del partito National Democratic Force, partito vicino all’USDP); Daw Aye Nu Sein (portavoce del Arakan National Party – ANP) nominata membro; Jeng Phang Naw Htaung nominato membro; Maung Ha nominato membro; Sai Long Hseng nominato membro; Saw Daniel nominato membro; Tenente generale Aung Lin Dwe nominato segretario; Tenente generale Ye Win Oo nominato segretario aggiunto.

In aggiunta al Comitato, i militari hanno nominato i nuovi ministri del governo illegale “ad interim”:

  1. Wunna Maung Lwin Ministro degli Affari Esteri dell’Unione.
  2. Tenente Generale Soe Htut Ministro dell’Unione degli Interni e dell’Ufficio del governo dell’Unione.
  3. Generale Mya Tun Oo Ministro della difesa dell’Unione.
  4. Tenente Generale Tun Tun Naung Ministro dell’Unione per gli affari di confine.
  5. U Win Shein Ministro dell’Unione per la pianificazione, le finanze e l’industria.
  6. U Aung Naing Oo Ministro dell’Unione per gli investimenti e il commercio estero.
  7. U Ko Ko Naing Ministro dell’Unione per la cooperazione internazionale.
  8. U Chit Naing Ministro dell’Unione per l’Informazione.
  9. U Ko Ko Ministro dell’Unione per la Religione e la Cultura.
  10. U Myint Kyaing Ministro dell’Unione per l’Immigrazione e la Popolazione.
  11. Thet Khaing Win Ministro della Salute e dello Sport.
  12. Thida Oo, attuale segretario permanente dell’Ufficio del procuratore generale dell’Unione, Procuratore generale dell’Unione.
  13. Kan Zaw, ex ministro sotto il governo di U Thein Sein, revisore generale.
  14. U Than Nyein, ex governatore della Banca Centrale sotto U Thein Sein, governatore della Banca Centrale.
  15. U Khin Maung Yee, attuale segretario permanente per le risorse naturali e la conservazione dell’ambiente, Ministro (non ci sono ulteriori informazioni).
  16. U Shew Lay, attuale segretario permanente per l’edilizia, Ministro (non ci sono ulteriori informazioni).
  17. Mg Mg Naing Presidente del Consiglio di Nay Pyi Taw (invariato).
  18. U Thein Soe Presidente della Nuova Commissione Elettorale dell’Unione.
  19. Il Generale Than Hlaing Tenente Generale della polizia e viceministro dell’Interno.
  20. Il viceministro degli Affari interni, il maggior generale Soe Tint Naing, è stato trasferito al ministero dell’Ufficio del governo dell’Unione.
  21. Thet Thet Khaing, ex membro dell’NLD e fondatore del partito People Pioneer Party (PPP), Ministro dell’assistenza sociale, del soccorso e del reinsediamento (Minister of social welfare, relief and resettlement).

Il colpo di stato nelle zone di frontiera

Seguendo la ricerca di una legittimazione politica, è possibile che i militari cercheranno nelle prossime settimane di portare avanti delle politiche volte all’ottenimento di un consenso popolare. Il riferimento principale riguarda le dinamiche conflittuali e di pace nel Paese. Con l’instaurarsi della nuova burocrazia, i militari hanno creato anche il nuovo organo che si occuperà dei rapporti con i gruppi etnici armati: il Comitato del Dialogo per la Pace (Peace Talks Committee). Il nuovo Comitato è formato dal Tenente Generale Yar Pyae, come Presidente, dal Tenente Generale Sein Win, dal Tenente Generale Ye Aung, dal Tenente Generale Tin Maung Win, dal Tenente Generale Min Naung, dal Tenente Generale Aye Win e dal Tenente Generale Aung Lin Dway, come segretario. Inoltre, come riportato dal Myanmar Times, “il governo militare ha sciolto il National Reconciliation and Peace Centre (NRPC), il principale meccanismo interno del processo di pace del precedente governo [NLD], arrestando alcuni dei suoi leader civili”. Come ulteriore prova di questo, il sito ufficiale dell’NRPC non è più consultabile. Il Tatmadaw, poi, ha informato tutti i gruppi etnici armati che le future negoziazioni per la pace avverranno solamente attraverso il nuovo Comitato militare per la pace. Come ad anticipare gli avvenimenti nazionali, il Comandante in Capo delle Forze Armate il 28 gennaio, qualche giorno prima del colpo di stato, aveva esteso il cessate il fuoco a livello nazionale che per la prima volta in assoluto comprendeva anche lo Stato Rakhine e il gruppo armato dell’Arakan Army (AA). Inoltre, due giorni prima del colpo di stato, come riferito personalmente da una fonte interna, si è diffusa una voce non ufficiale a riguardo della possibile firma di un accordo di cessate il fuoco bilaterale tra il Tatmadaw e l’Alleanza del Nord (Northern Alliance), un’alleanza tra quattro gruppi etnici armati: l’Arakan Army (AA), il Kachin Independence Army (KIA), il Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA) e il Ta’ang National Liberation Army (TNLA).

Le condanne più dure riguardanti gli sviluppi politici avvenuti a Nay Pyi Taw sono state avanzate dal gruppo armato dei Karen, il Karen National Union (KNU) che, insieme a diverse altre organizzazioni civili interne al suo territorio, come il Karen Women’s Organization, Karen Peace Support Network e il Karen Human Rights Group, ha dichiarato:

“Il KNU Concerned Group non accetta assolutamente l’amministrazione istituita dal Tatmadaw, dopo la presa di potere. Nella zona rivoluzionaria Karen, eseguiremo, manterremo e difenderemo la nostra amministrazione, secondo il sistema amministrativo stabilito dal KNU e sulla base dell’autodeterminazione. Le diverse organizzazioni armate dei Karen si uniscono al Karen National Liberation Army (KNLA) come esercito Kawthoolei, per difendere insieme il popolo Karen, insieme a tutto il popolo composto da tutte le nazionalità etniche.” (KNU Concerned Group Statement on Current Coup in Myanmar by Tatmadaw, 3 febbraio 2021).

Solamente un altro attore armato, il Restoration Council of Shan State (RCSS), ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in contrasto al colpo di stato, i restanti 16 gruppi etnici armati presenti nel Paese, fino a questo momento, non si sono espressi sull’argomento. Questo può chiaramente dipendere sia dalla volontà di non peggiorare ulteriormente l’equilibrio precario con l’esercito sia, nell’ipotesi peggiore, dall’implicita approvazione della presa di potere dei militari. Questo silenzio assordante proveniente soprattutto dei principali attori armati risulta difficile da abbattere per ottenere qualche informazione aggiuntiva. Io stesso non riesco a ricevere una risposta dal contatto personale all’interno del gruppo armato del Kachin, il Kachin Indipendence Army (KIA). Tuttavia, per un breve momento, una traccia di una possibile presa di posizione di uno di questi gruppi armati, l’Arakan Army (AA), è apparsa su Facebook. Infatti, ufficialmente l’AA non ha rilasciato alcuna dichiarazione però, il giorno del colpo di stato militare, Nyo Twan Awng, il Vicepresidente della Lega Unita dell’Arakan (United League of Arakan – ULA), il partito politico dell’AA, e vice comandante in capo dell’AA, ha condiviso un post su Facebook celebrando la conclusione della presa di potere dei militari a Nay Pyi Taw. Il post è stato rimosso subito dopo dalla sua pagina personale. Data la personalità in quesitone risulta corretto identificare questa come la posizione dell’AA, almeno fino a prova contraria.

Allo stesso modo è possibile sviluppare un’analisi della posizione politica del gruppo armato dei Kachin, il KIA, che come l’AA non si è ancora espresso sul golpe. Questo pesante silenzio si è palesato anche durante i festeggiamenti della Giornata Rivoluzionaria dei Kachin, avvenuta il 5 febbraio, solamente cinque giorni dopo l’accaduto. Durante il discorso di celebrazione, N’Ban La, il Generale delle forze armate del Kachin, ha parlato solamente dei 60 anni di rivoluzione del popolo Kachin e ha accennato all’attuale negoziazione con il Tatmadaw per il raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco bilaterale, non a livello nazionale e quindi fuori del Nationwide Ceasefire Agreement (NCA), la struttura ufficiale di pace del Myanmar. In un’occasione simile, la decisione di evitare totalmente di parlare del colpo di stato fa emergere quantomeno la volontà di dare esclusiva priorità alla situazione locale del Kachin, cercando così di mantenere dei buoni rapporti con i militari allo scopo di facilitare le negoziazioni, ponendo in secondo piano l’interesse nazionale, come a voler implicitamente affermare che il colpo di stato sia una problematica a loro esterna. All’interno di questa visione distorta delle priorità di una nazione pesano molto i rapporti etnici, tra Bamar, il gruppo maggioritario in Myanmar, e quelli minoritari, tra cui i Kachin, della visione “noi” contro “loro” radicata nella storia del Paese. Tuttavia, sembrerebbe che la società civile del Kachin sia attualmente divisa su questa reazione del KIA. Alcuni sono a favore nel rimanere fuori dai problemi nazionali, vedendo il Tatmadaw e la maggioranza dei sostenitori dell’NLD semplicemente come Bamar, senza un’ulteriore distinzione, ed altri, proprio sulla base delle relazioni conflittuali con l’esercito e non con l’NLD, invece sostengono una netta presa di posizione in contrasto con gli avvenimenti.

Il futuro ruolo dei gruppi armati in Myanmar, a favore o contro i militari, avrà un notevole impatto nelle dinamiche nazionali che, a sua volta, dipenderà indubbiamente anche dalle politiche estere dei paesi confinanti, in primis della Cina. Al momento, sembrerebbe che l’unico possibile alleato interno al Paese della società civile birmana, guidata dal Movimento non violento di Disobbedienza Civile, sarà il gruppo dei Karen, come nel 1988.

Infine, per completare l’analisi della risposta al colpo di stato nelle zone di frontiera risulta importante approfondire il ruolo dei partiti politici delle minoranze etniche.

  • Partiti etnici contro il colpo di stato: Shan Nationalities League for Democracy (SNLD), Karen National Party (KNP), Ta’ang National Party (TNP), Zomi Congress for Democracy (ZCD), Lahu National Development Party (LNP) e Kayah State Democratic Party (KySDP).
  • Partiti etnici a favore del colpo di stato: Arakan National Party (ANP), Kachin State People’s Party (KSPP) e Kayin People’s Party (KPP).
  • Partiti etnici che non si sono ancora espressi: Wa National Party (WNP), Pa-O National Organisation Party (PNOP), Arakan Front Party (AFP), Shan Nationalities Democratic Party (SNDP), Lisu National Development Party (LNDP) e Kachin National Development Party (KNDP).
  • Partiti etnici che non si sono opposti al colpo di stato: Mon Unity Party (MUP) e Chin National League for Democracy (CNLD).

Nonostante il momento di estrema instabilità, che direttamente o indirettamente colpisce ogni individuo presente sul territorio, in Myanmar fatica ad emergere dai gruppi etnici storici un senso di unità nazionale, mentre il popolo sta dando prova di una grande unità.

 

Strategie di contro-mobilitazione dei militari

La strategia di contro-mobilitazione dei militari, almeno fino a questo momento, è stata chiara: impedire, con qualsiasi mezzo, un’efficiente organizzazione sociale in grado di mobilitare una resistenza popolare su larga scala. Su questa strategia si è basato l’agire del Tatmadaw fin dalle prime ore del colpo di stato: arresti degli attivisti e politici democratici influenti, imposizione del coprifuoco e il blocco dei social media e di internet. È complesso prevedere cosa succederà nei prossimi giorni, ma, con il crescere delle manifestazioni in strada e del numero di persone coinvolte, è plausibile credere che le risposte di contrasto dei militari aumenteranno in maniera esponenziale. Van Tran, nella sua recente analisi “Myanmar military’s counter-mobilization strategies: what we know and what to expect”, scritta in questi giorni di crisi, traccia un parallelismo tra le strategie di repressione della giunta militare passata (1962, 1988 e 2007) e l’attuale condizione del Myanmar, facendo emergere uno schema ripetitivo dell’agire dei militari.

Con lo scopo di delegittimare i manifestanti e giustificare lo stato di repressione e di limitazione dei diritti del popolo birmano, i militari si basano, e si sono sempre basati, principalmente su tre elementi cardine. Il primo è rappresentato dall’infiltrazione all’interno delle proteste pacifiche di agenti militari in borghese con l’obiettivo di istigare scontri tra le fila dei manifestanti, giustificando così il successivo uso della violenza per reprimere il dissenso. Su questo punto sono circolate già numerose voci e immagini, fin dai primi giorni di proteste, di persone sospette presenti alle manifestazioni con auricolari nascosti. Il secondo è la diffusione di rumors allo scopo di raffigurare gli attivisti del movimento non violento come dei rivoltosi e violenti. In aggiunta, i militari hanno spesso utilizzato e diffuso delle notizie false per disorientare gli stessi manifestanti. Un esempio di questo è accaduto durante le manifestazioni del 5 febbraio, quando nel tardo pomeriggio si è diffusa la notizia falsa del rilascio di Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari. Questo ha scatenato un forte senso di euforia tra le persone e lunghi applausi di consenso. Data l’assenza totale di internet, staccato nel Paese per 28 ore di seguito, è stato impossibile ottenere un riscontro immediato e la notizia si è diffusa per almeno quattro ore prima di essere smentita. È possibile che la notizia falsa sia stata diffusa proprio dall’apparato militare per cercare di sedare gli animi degli attivisti. Infine, l’ultimo elemento della strategia di contro-mobilitazione del Tatmadaw è l’effettivo intervento armato contro i manifestanti. È importante segnalare come, soprattutto nelle proteste del 2007, per evitare una forte esposizione mediatica venivano utilizzate spie locali, di quartiere, all’interno delle proteste, con il compito di individuare le persone coinvolte, che in un secondo momento, spesso di notte, venivano arrestate nelle loro abitazioni. Non si può escludere quest’ultima strategia all’interno delle prossime azioni dei militari. Per questo, il costante aggiornamento dei numeri dei prigionieri politici risulta uno degli strumenti di fondamentale importanza nel contrastare questa tipologia di tattica. I militari hanno anche liberato e pagato prigionieri comuni perché fomentassero conflitti all’interno delle manifestazioni.

Con internet e soprattutto con la forte diffusione di Facebook in tutto il Paese, il CDM, il movimento civile di protesta, ha un importante vantaggio di visibilità e di facilità di comunicazione, nazionale e internazionale, in confronto ai movimenti birmani democratici del 1988 e del 2007. Un esempio della rapidità della diffusione dei messaggi è rappresentato dal video di Min Ko Naing, storico leader democratico birmano, condiviso su Facebook dalla pagina del Movimento 88, che nel giro di tre giorni ha raggiunto 2.3 milioni di persone. Internet rappresenta indubbiamente un nuovo strumento nelle mani della popolazione per contrastare la violenza dei militari.

 

Uno Stato e due Parlamenti: la risposta politica dell’NLD

Se, in Italia, la notte del 3 febbraio ci siamo addormentati con l’ultimatum dei militari ai parlamentari del governo legittimo di abbandonare la Capitale entro le 24 ore successive, la mattina seguente, in Myanmar già primo pomeriggio, la situazione prendeva una svolta completamente differente. Settanta parlamentari dell’NLD, riuniti all’interno del quartiere residenziale a loro riservato, un complesso di piccole e modeste case a Nay Pyi Taw, hanno deciso di rispettare la volontà delle persone, che l’8 novembre del 2020 hanno scelto la strada della democrazia, e di formare il Parlamento a guida NLD. Nonostante il colpo di stato e la successiva formazione di una struttura amministrativa militare, i parlamentari democratici hanno fatto giuramento e sancito la nascita del Parlamento legittimo. La leader del nuovo parlamento del popolo, Phyu Phyu Thin, spiegando le motivazioni alla base della loro scelta, afferma: “noi siamo i legislatori legittimamente eletti, abbiamo il diritto di convocare una sessione parlamentare. Perciò abbiamo prestato giuramento questa mattina e ci siamo ripresi il mandato del popolo”. Poi aggiunge: “abbiamo promesso che saremmo rimasti come legislatori per i prossimi cinque anni. Vogliamo dire che nessuno può revocare i risultati delle elezioni” (intervistata da Frontier, un giornale locale). Un gesto senza dubbio significativo che mostra la resilienza della classe politica democratica birmana.

Nonostante i 152 arresti di natura politica nei soli primi cinque giorni del regime militare, tra cui il Presidente U Win Myint e il Consigliere di Stato Daw Aung San Suu Kyi, attualmente agli arresti domiciliari a Nay Pyi Taw, e l’alto numero di leader politici e della società civile che si sono dovuti nascondere in località segrete per fuggire all’ondata di arresti, il movimento politico democratico non si ferma. Il 5 febbraio, il Comitato Centrale Esecutivo dell’NLD ha rilasciato una lettera pubblica diretta al Segretario delle Nazioni Unite. Il testo è chiaro, diretto e semplice: sebbene l’attuale Costituzione, redatta dagli stessi militari nel 2008, fosse un evidente limite democratico del Paese, l’NLD non l’ha mai violata e, nonostante i gravosi vincoli da essa imposti, il partito ha ottenuto una vittoria schiacciante sia alle elezioni del 2015 sia alle ultime elezioni del 2020, raggiungendo l’83% del consenso popolare. Invece, i militari, gli stessi ideatori della Costituzione, attraverso il colpo di stato del primo febbraio hanno violato la Costituzione e preso il potere illegalmente. Nel chiedere il supporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, l’NLD avanza diverse richieste, tutte essenziali per il ripristino del governo democratico e così dell’intero processo di democratizzazione: il rilascio dei detenuti, il supporto dell’intera comunità internazionale nel condannare il colpo di stato, e, infine, un aspetto che reputo di profonda importanza, il rifiuto del riconoscimento della nuova amministrazione militare come il governo legittimo del Paese. Quest’ultimo punto deve fare emergere una particolare attenzione in relazione alla possibile riorganizzazione del corpo diplomatico birmano nelle diverse organizzazioni sovranazionali e all’interno delle numerose ambasciate birmane in tutto il mondo. Come la comunità internazionale agirà, accettando o meno il nuovo apparato governativo militare, il Consiglio Amministrativo di Stato, e la sua eventuale presenza all’interno delle sedi internazionali, avrà un impatto diretto sull’evoluzione delle dinamiche nazionali.

Il popolo birmano ha parlato, anche digitalmente, ed è assolutamente chiara la sua volontà: la liberazione dei leader politici, il ritorno al governo a guida NLD e il ritiro dei militari da qualsiasi funzione politica. Il confronto rimane aperto e nessuna opzione, nel bene o nel male, risulta impossibile. Il Movimento di Disobbedienza Civile ha dimostrato una profonda comprensione della situazione nazionale, mobilitandosi online e utilizzando a proprio vantaggio uno strumento, i social media, che, nei decenni bui di dittatura militare, i precedenti movimenti democratici birmani non avevano a disposizione. La comunità internazionale, dalla sua parte, deve seguire l’esempio del Movimento: comprendere la situazione nazionale ed agire di conseguenza, provando, se necessario, a intervenire con nuove iniziative diplomatiche.

 

Conclusione

Le foto delle attuali manifestazioni in Myanmar, più che ricordare i movimenti di protesta del 2007, guidati dai monaci buddisti, trovano una forte somiglianza con le immagini delle rivolte dell’agosto del 1988. L’Asia, alla fine degli anni ’80, venne travolta da una serie di proteste popolari che influenzarono radicalmente la storia dell’intero continente: la rivoluzione della People Power nelle Filippine nel 1986, il June Democracy Movement in Corea del Sud nel 1987, la protesta di piazza Tienanmen in Cina nel 1989 e la Rivoluzione studentesca dell’8 agosto del 1988 in Myanmar. Oggi, nonostante le condizioni politiche e sociali profondamente diverse, l’Asia Orientale si trova nuovamente in una condizione di forte instabilità dovuta alle numerose manifestazioni che, quantomeno online, si sono riunite sotto l’ombrello della Milk Tea Alliance. L’alleanza digitale fa riferimento ai movimenti di protesta democratici caratterizzati dalla volontà delle nuove generazioni di liberarsi dai fardelli storici dei propri paesi per raggiungere un’effettiva condizione di libertà. Questa alleanza traccia un filo rosso tra le proteste a Hong Kong e Taiwan, in Thailandia e in Myanmar. Aggiungendo le proteste dei contadini in India, il quadro generale del continente risulta altamente instabile e frammentato.

Inoltre, un secondo elemento di congiunzione tra i due periodi storici è rappresentato dalla leader Aung San Suu Kyi, protagonista, tanto allora quando adesso, della lotta per la democrazia. Dal 1988 ad oggi si è sviluppata la sua intera storia politica. Più precisamente, dal suo primo discorso pubblico alla Shwedagon Pagoda, il 26 agosto del 1988, che ha ufficializzato il suo ruolo politico in Myanmar, sono passati 33 anni. Tuttavia, Aung San Suu Kyi da allora è sempre stata insieme al suo popolo, nonostante gli arresti. Nell’arco di questo periodo storico, il Myanmar è cambiato profondamente per certi versi, ma per altri le somiglianze sono evidenti: l’oppressione dei militari e il desiderio di libertà del popolo che si scontrano nelle strade di tutto il Paese.

Infine, concludendo il parallelismo con le rivolte democratiche del 1988, risulta importante sottolineare che, mentre il Tatmadaw era coinvolto nel reprimere le insurrezioni nei principali centri urbani del Paese, le aree frontaliere, a maggioranza etnica, godevano di una solida stabilità. Nell’analisi della storia moderna del Myanmar, ogni qual volta i militari hanno affrontato delle crisi di legittimazione dal centro, il Tatmadaw ha risposto intraprendendo delle politiche di riconciliazione nei confronti dei gruppi etnici armati. A dimostrazione di questo, gli anni ’90 sono stati caratterizzati da una apparente condizione di pace nelle zone periferiche, sancita dai numerosi accordi bilaterali di cessate il fuoco che i militari raggiunsero con la maggior parte dei gruppi armati. Proprio in questa condizione venne firmata la pace tra i militari e il gruppo armato dei Kachin, il Kachin Independence Organisation (KIO), che durò 17 anni, dal 1994 al 2011. Tuttavia, data la mancanza totale di discussione politica all’interno delle negoziazioni, la quasi totalità di questi accordi è fallita nell’arco di un decennio, facendo riemergere il conflitto armato e una più complessa situazione sociale. È probabile che nei prossimi mesi queste dinamiche si ripresenteranno e sarà interessante comprendere se i gruppi armati hanno imparato degli errori del passato, uno tra tutti negoziare la pace con un regime militare.

Ogni giorno milioni di cittadini, da tutte le parti del Myanmar, scendono nelle strade a manifestare il loro dissenso contro l’ennesima ingiustizia perpetrata dai militari ai danni del movimento democratico nazionale. I protagonisti delle manifestazioni, come in passato, sono senz’altro i giovani, la cosiddetta Generazione Z, che, con la loro creatività e ironia, hanno sviluppato una propria interpretazione delle proteste, assorbendo anche simboli internazionali come il saluto a tre dita, tratto da The Hunger Games, diffuso nelle proteste in Thailandia. Intanto, la tensione e le violenze continuano ad aumentare drasticamente. Il 9 febbraio c’è stata la prima vittima del nuovo regime militare. Una donna di 20 anni di Nay Pyi Taw ha perso la vita per sostenere la lotta per la democrazia. Purtroppo si prevede un sempre maggior livello di militarizzazione delle città e un costante aumento delle limitazioni dei cittadini, come l’introduzione del coprifuoco dalle 20.00 alle 04.00 e il divieto di riunirsi in più di cinque persone, già presente in circa 30 città, per via dell’entrata in vigore della sezione 144 del Codice penale birmano.

L’evoluzione della situazione in Myanmar dipenderà da molti fattori, tra cui la resilienza del popolo, la strategia e gli obiettivi dei militari, il ruolo delle comunità delle minoranze etniche, la posizione dei gruppi etnici armati e la reazione della comunità internazionale e dei Paesi limitrofi, come l’ASEAN. Rimane comunque altamente complesso prevedere gli sviluppi del Paese. Tuttavia, nonostante le evidenti difficoltà che il Myanmar dovrà affrontare, è essenziale credere fortemente nel Movimento democratico e, soprattutto, sperare che questa tragedia si possa trasformare nell’opportunità di fare i conti, una volta per tutte, con la profonda struttura militare radicata nella storia, nella cultura e nella società nazionale. Il 12 febbraio 2021 sarà il 74° anniversario dell’Accordo di Panglong, realizzato da Aung San, il primo passaggio storico per la costruzione dell’unità nazionale, celebrata come la Giornata dell’Unione del Myanmar, e sarà inevitabile riflettere su quello che il Paese è stato e quello che sarà.

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